Pier Virgilio Dastoli - Presidente del Consiglio Italiano del Movimento Europeo
MOVIMENTO EUROPEO
CONSIGLIO ITALIANO
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COMUNICATO STAMPA
Il Movimento Europeo Italia esprime la propria ferma e convinta disapprovazione per la decisione della Commissione europea e di alcuni Stati membri – tra cui l’Italia – di aderire come membri a pieno titolo o come osservatori al Board of Peace, un organismo posto sotto il controllo diretto del Presidente degli Stati Uniti e che pretende, di fatto, di sostituirsi al ruolo delle Nazioni Unite nella gestione dei conflitti internazionali. In questo spirito il Movimento Europeo condivide la posizione espressa dal Segretario di Stato, il Cardinale Parolin, secondo cui queste situazioni di crisi devono essere della responsabilità delle Nazioni Unite sottolineando le perplessità della Santa Sede sulla partecipazione dell'Italia come osservatore.
Il Board of Peace è un organismo a pagamento, nel quale la logica degli interessi economici prevale sulla tutela dei diritti fondamentali e sulla ricerca di una pace giusta. La sua riunione avviene mentre continuano le morti a Gaza e mentre Israele ha avviato la campagna per l’occupazione della zona C della Cisgiordania. Il New York Times, in un articolo di Thomas Friedman, ha riportato la denuncia pubblicata su Haaretz dall’ex Primo Ministro Ehud Olmert riguardo alle devastazioni, alle minacce e alle uccisioni perpetrate da gruppi di coloni israeliani nella West Bank, con l’obiettivo di costringere i palestinesi ad abbandonare le proprie terre e le proprie case.
Il nodo costituzionale: l’articolo 11
Il Movimento Europeo richiama con forza l’attenzione sul fatto che la partecipazione dell’Italia al Board of Peace, per di più in una non meglio definita veste di “osservatore”, aggira surrettiziamente quanto previsto dall’articolo 11 della Costituzione. L’articolo 11 stabilisce che l’Italia ripudia la guerra e consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie per la costruzione di un ordinamento internazionale che assicuri pace e giustizia fra le Nazioni. Ciò significa che l’Italia può aderire solo a organismi internazionali fondati sul multilateralismo, sull’uguaglianza tra gli Stati e sul rispetto del diritto internazionale. Il Board of Peace, per struttura e finalità, non risponde assolutamente a questi requisiti.
Un passo in contrasto con i principi fondativi dell’Unione europea
Il Movimento Europeo condanna inoltre la decisione della Commissione europea di partecipare a un organismo che contraddice apertamente il principio del multilateralismo, sul quale l’Unione europea è nata e che è consacrato nei Trattati e nella Carta dei Diritti Fondamentali. L’adesione a strutture parallele e non multilaterali indebolisce il ruolo dell’ONU e rischia di compromettere la credibilità internazionale dell’Europa come attore impegnato nella pace, nel diritto e nella cooperazione internazionale.
Appello alle istituzioni democratiche
Il Movimento Europeo esorta le istituzioni democratiche e parlamentari a condannare la partecipazione della Commissione e degli Stati membri al Board of Peace e a riaffermare con chiarezza che la soluzione del conflitto israelo-palestinese deve tornare nell’alveo delle Nazioni Unite, unico organismo legittimato a garantire una pace giusta tra i due popoli, assicurare la ricostruzione e tutelare i diritti fondamentali.
Roma, 19 febbraio 2026
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MOVIMENTO EUROPEO
CONSIGLIO ITALIANO
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IL PRESIDENTE
E pur si muove?
Nel 1632, Galileo Galilei pubblicò il suo “Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo” difendendo il sistema copernicano eliocentrico contro quello tolemaico geocentrico e violando così un dogma della Chiesa.
Egli fu costretto ad abiurare alle sue teorie per evitare il carcere o la condanna a morte ma confermò la sua tesi scientifica che è la Terra a ruotare intorno al sole pronunciando davanti al Tribunale dell’Inquisizione la frase a lui attribuita dalla storia: “E pur si muove!”.
Da allora questa frase è stata il simbolo della ricerca della verità e vorremo usarla oggi come incipit delle nostre riflessioni settimanali sulla contrapposizione fra il sistema del mondo fondato sull’imperialismo o meglio sugli imperialismi e un sistema fondato sul diritto internazionale e il multilateralismo.
Vorremmo partire dalle risposte che l’Unione europea ha dato o che dovrebbe dare alla rottura dell’ordine planetario denunciata dal primo ministro canadese Mark Carney a Davos (LINK).
Nei primi anni di questo terzo decennio di secolo e nonostante la crescita tumultuosa dei suoi nemici interni ed esterni, l’Unione europea ha risposto positivamente a sei sfide:
- reagendo con azioni comuni alle emergenze planetarie alla pandemia e poi alle sue conseguenze economiche e sociali di cui sono stati un esempio i programmi SURE e NGEU,
- avviando un piano per la transizione ecologica con lo European Green Deal nel quadro degli obiettivi dello sviluppo sostenibile adottati a livello internazionale a metà del secondo decennio,
- definendo un quadro di regole per governare l’infosfera attraverso le direttive servizi e mercato,
- confermando i principi di un sistema di assistenza sociale più elevato nel mondo con il Piano d’azione sul pilastro dei diritti sociali adottato a Porto,
- proteggendo i valori dello stato di diritto all’interno dei suoi confini con le condizionalità legate alle sovvenzioni europee e i ricorsi alla Corte di Giustizia,
- difendendo l’ordine internazionale fondato sulla inviolabilità delle frontiere e sulle scelte sovrane dei popoli con il sostegno all’Ucraina aggredita dalla Russia di Putin.
“E pur si muove” o “e pur si è mossa” ma ciò non ha impedito che le risposte a queste sei sfide fossero messe in discussione dagli effetti di un sistema paralizzato e dalla crescita dei nazionalismi legati:
- all’aumento delle diseguaglianze territoriali,
- alla messa in discussione delle norme in materia ambientale,
- alle conseguenze perniciose dell’infodemia,
- all’emergere di nuove forme di povertà relative e relazionali,
- alle persistenti violazioni dello stato di diritto,
- alle guerre e alle violenze alle sue frontiere,
- all’abbandono progressivo dell’immagine di un’Europa che costruisce ponti (scelta come simbolo significativo sulle banconote dell’euro) per sostituirla con politiche di un’Europa dei muri che appartengono ad un drammatico passato.
Qualcuno di noi aveva sperato o si era illuso che il passaggio dal secondo al terzo decennio di questo secolo avrebbe coinciso con un impegno collettivo per l’affermazione della sovranità europea in un mondo multipolare come era stato preannunciato da Emmanuel Macron alla Sorbona nel 2017 (LINK) in cui aveva denunciato i nazionalismi, l’identitarismo, i protezionismi e i sovranismi.
Così non è stato perché la nostra crescente inazione rischia di far prevalere il sistema degli imperialismi e cioè dei nemici esterni travolgendo anche il modello di integrazione europea che abbiamo preservato nell’interesse delle cittadine e dei cittadini europei dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e immaginando che esso potesse essere un modello per la comunità internazionale.
Come ha detto recentemente Mario Draghi in vista dell’attribuzione del Premio Carlo Magno il prossimo 14 maggio ad Aquisgrana ai nemici esterni si aggiungono agguerriti nemici interni.
Essi si sono riuniti su invito di due fondazioni rappresentate dalla Accademia polacca Ordo Iuris e dal Collegio ungherese Matthias Corvinus sotto il titolo significativo “The Great Reset: restoring member State sovereignty in the European Union” che hanno presentato un loro corposo rapporto a Washington ai circoli internazionali pro-Trump, un rapporto opportunamente diffuso dalla rivista francese Le Grand Continent e commentato da Laurent Warlouzet (LINK).
Ai nemici interni ed esterni rispondono tuttavia emergenti iniziative con l’obiettivo di rilanciare il tema della sovranità europea anche come reazione alle iniziative di ostilità anti-Unione europea provenienti dalla amministrazione di Donald Trump che non si limitano alla politica commerciale ma che si estendono all’insieme delle politiche internazionali e che sono state aggravate, dopo il National Security Strategy (LINK) pubblicato dalla Casa Bianca il 5 dicembre 2025, dalla National Defense Strategy (LINK) diffusa dal Dipartimento della Guerra il 23 gennaio 2026 dal titolo significativo “Restoring Peace Through Strength For a New Golden Age of America”.
E pur si muove? Su iniziativa del leader SPD e ministro delle finanze tedesco Lars Klingbeil, che aveva già manifestato sostanziali cambiamenti nella politica di bilancio tedesca per il 2026, è stato rilanciato ora il direttorio franco-tedesco - con la pubblicazione di un rapporto elaborato dall’ex ministro delle finanze SPD tedesco Joerg Kukies e dall’ex governatore della Banca di Francia Christian Noyer “Financing Innovative Ventures in Europe” (FIVE), (LINK)
- e con la proposta promossa con il suo collega francese Roland Lescure di riunire le sei più importanti economie europee (Francia, Germania, Spagna, Paesi Bassi, Polonia e Italia) sotto la sigla Big Six per una iniziativa definita a due velocità sui temi prioritari per rafforzare la competitività europea.
Il ministro tedesco, d’accordo con il suo collega francese, ha proposto ai colleghi degli altri quattro paesi iniziative comuni in quattro settori
- del risparmio e degli investimenti, su cui più forti erano state in passato le resistenze tedesche, con particolare riferimento alle start up e alle scale up,
- del ruolo internazionale dell’euro facendo leva sulla stabilità dell’Unione europea e sullo stato di diritto ma anche su una riduzione della burocrazia, su un miglioramento del contesto imprenditoriale e su un rafforzamento della sovranità europea nei sistemi di pagamento inclusi quelli digitali e cioè un tema su cui sono rimaste paralizzate per anni le proposte della Commissione europea e i rapporti sul completamento dell’UEM,
- sullo stretto coordinamento degli investimenti nella difesa con un accento sui sistemi d’arma comuni e appalti congiunti in vista del Quadro Finanziario Pluriennale dal 2028,
- sul rafforzamento della sicurezza nell’approvvigionamento di materie prime critiche attraverso acquisti coordinati, riserve di emergenza e partnership commerciali strategiche a livello globale per rendere più resilienti le catene di approvvigionamento europee.
Nonostante il fatto che questi quattro settori siano legati a precise proposte avanzate negli anni dalla Commissione europea che ne detiene il diritto quasi esclusivo di iniziativa, i ministri tedesco e francese hanno ritenuto invece di doverla escludere sia nella fase di preparazione dell’iniziativa che è stata preceduta dal rapporto FIVE sia dagli incontri dei sei paesi che pure avvengono all’interno di un quadro comunitario.
I quattro settori proposti dai ministri francese e tedesco per una iniziativa “a due velocità” sono inoltre ben più ampi di quelli indicati da Mario Draghi nel suo discorso di Oviedo del 24 ottobre 2025 (LINK) in cui aveva denunciato il fatto che per molti anni l’Unione europea non aveva mutato la sua governance rimanendo chiusa in un sistema confederale incapace di dare risposte adeguate a domande europee e aveva lanciato sorprendentemente l’idea di un “federalismo pragmatico” su cui avevamo espresso una nostra valutazione critica (LINK).
Quel che vale la pena di sottolineare è la dichiarazione di Lars Klingbeil secondo cui queste iniziative hanno l’obiettivo di “superare l’inerzia decisionale europea di fronte alle crescenti tensioni geopolitiche proponendo un’Europa a due velocità facendo avanzare progetti bloccati dal sistema europeo” e soprattutto l’obiettivo di “promuovere in modo decisivo la sovranità europea”.
Queste proposte saranno sottoposte alla riunione informale dei leader europei il 12 febbraio nel castello di Alden Biesen in Belgio con la partecipazione di Mario Draghi ed Enrico Letta e poi a margine dell’Eurogruppo del 16 febbraio.
L’idea di Lars Klingbeil dell’Europa a due velocità ricorda la proposta del suo collega ministro delle finanze CSU Wolfang Schauble – che usava dire che i ministri delle finanze europei fanno parte di un loro personale partito – lanciata nel 1995 alla vigilia dell’UEM di un nucleo duro (Kern Europe) poi corretta con un approccio più flessibile di un “magnete tedesco”.
A proposito di sovranità europea vale la pena di riportare la testuale risposta del leader PPE Manfred Weber (proveniente dalla CSU come Wolfgang Schauble) in una lunga intervista alla rivista Der Spiegel (testo originale in tedesco: LINK; traduzione italiana: LINK) in cui – allontanando definitivamente l’ipotesi di una revisione dei trattati durante questa legislatura – lancia l’idea sorprendente di un “trattato di sovranità” come avrebbe detto François Mitterrand “entre ceux qui voudront” e cioè di una alleanza di paesi volontari limitandolo tuttavia alla sola politica estera e della sicurezza:
“I trattati europei ci vincolano al principio dell'unanimità in politica estera. Questo ci frena. Per questo sono favorevole a un nuovo trattato, un trattato di sovranità, che consenta agli Stati disposti a farlo di collaborare più strettamente in materia di politica estera e di sicurezza. In questo gruppo non si applicherebbe il principio dell'unanimità. E se si dovesse raggiungere la pace in Ucraina, dovremmo schierare forze di pace europee comuni, come nucleo di un esercito europeo”.
E pur si muove? Al di là delle forti resistenze che potranno emergere dall’Italia di Giorgia Meloni e dalla Polonia di Donald Tusk che - fra i Big Six - sono ostili al superamento del principio dell’unanimità essendo una delle condizioni preliminari per affermare una vera sovranità europea, l’inazione europea rischia di persistere se non ci saranno concreti passi in avanti sulla via dell’unione dei capitali e dell’unione bancaria, se non sarà superato il metodo confederale nella rappresentanza internazionale dell’euro e se non si adotteranno proposte innovative nei partenariati strategici con le diverse aree del mondo dove prevale il sistema ibrido che ne paralizza l’attuazione come rischia di avvenire con l’accordo del Mercosur.
E pur si muove? Gli impegni sui temi della difesa appaiono ancora più modesti se gli investimenti nei sistemi d’arma e negli appalti non saranno inseriti in una struttura di comando per la gestione delle forze e in un sistema di governance politica come abbiamo proposto di realizzare all’interno di una “Schengen della Difesa” (LINK risposta a Fabbrini) e come viene suggerito dal generale Vincenzo Camporini (LINK E pur si muove? Provenendo dai ministri delle finanze le quattro priorità rischiano di essere fondate su un terreno scivoloso se esse non saranno accompagnate dall’obiettivo di un debito pubblico nel settore della difesa per non pesare sul bilancio europeo e da risorse proprie per sostenere un ambizioso quadro finanziario pluriennale come viene suggerito nel rapporto del Movimento europeo in corso di approfondimento con il Centro di Villa Vigoni (LINK).
Infine, la sovranità europea non può essere garantita solo nella politica estera e della sicurezza ma deve essere invece fondata su un sistema di democrazia europea attraverso un processo costituente che dovrà essere avviato dal Parlamento europeo dopo le elezioni europee nel 2029 in cui ai cittadini e ai loro rappresentanti si dia la possibilità di scegliere fra l’attuale modello confederale o un sistema di governo federale.
Roma, 2 febbraio 2026 Pier Virgilio Dastoli
Cui prodest?
di pier virgilio dastoli
Non crediamo che il richiamo di Prevost alle radici « giudaico cristiane » parlando davanti al Gruppo europeo dei conservatori e riformisti possa essere un utile contributo al rafforzamento dell’identità europea.
Si tratta di una sorprendente fuga all’indietro verso il tempo delle rivendicazioni di Papa Giovanni Paolo II in un periodo ben diverso della storia europea.
Invece di parlare delle radici bisogna difendere i frutti del processo di integrazione europea, agire perché non marciscano e difendere l’albero per far sì che continui a produrre altri frutti.
Le radici di quell’albero non sono solo giudaico cristiano ma sono più ampie e profonde e comprendono anche l’illuminismo, la cultura della pace che rappresenta il contrario del bellum sacrum, la non discriminazione e la libertà di coscienza che vuol dire credere in una religione ma anche non credere (articoli 10 e 21 Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea).
Cui prodest?
MOVIMENTO EUROPEO
CONSIGLIO ITALIANO
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IL PRESIDENTE
Il salario minimo, una pietra miliare sulla via del welfare europeo
Fin dal Trattato di Parigi del 1952 destinato a creare una Comunità del Carbone e dell’Acciaio e di Roma del 1957 destinato a creare un mercato comune era chiaro ai proponenti e ai contraenti che il perseguimento degli obiettivi economici avrebbe dovuto essere strumentale al raggiungimento di vantaggi non solo materiali come quelli della pace e del miglioramento delle condizioni di vita per i popoli delle istituende Comunità europee.
La strumentalità di quei trattati appare già nei loro preamboli in cui la dimensione del progresso economico si accompagna alla dimensione sociale che fu forte e vincolante nel Trattato di Parigi e più generica e proclamatoria nei Trattati di Roma che avevano pur inserito un titolo consacrato alla politica sociale e che prevedeva la parificazione nel progresso (art. 117 CEE), la promozione della collaborazione fra gli Stati membri nel campo sociale (art. 118 CEE), la parità nelle retribuzioni fra uomo e donna (art. 119 CEE), l’equivalenza nei congedi retribuiti (art. 120 CEE), la sicurezza sociale dei lavoratori migranti essendo inteso che si trattava dei cittadini comunitari (art. 121 CEE) e l’analisi dell’evoluzione sociale in un rapporto dialettico con il Parlamento europeo (art. 122 CEE).
La differenza fra il Trattato di Roma e quello di Parigi fu di metodo e dunque di sostanza perché si ritenne a Parigi che la prima Comunità europea si dovesse fare carico delle conseguenze sociali delle regole dei mercati dell’acciaio e del carbone mentre a Roma era prevalsa la convinzione secondo cui il mercato avrebbe realizzato di per sé la parificazione nel progresso, che la dimensione sopranazionale si sarebbe limitata al mercato e che tutto quello che fosse stato collocato al di fuori del mercato sarebbe stato affidato alla buona o alla cattiva volontà di collaborazione fra gli Stati membri.
Non avevano dunque torto Altiero Spinelli, che aveva denunciato inutilmente la “beffa del mercato comune” e che aveva deciso di affidarsi alla mobilitazione cittadina del Congresso del Popolo Europeo, e Jean Monnet che si era illuso sulle capacità intrinsecamente autonome della Comunità europea dell’Energia atomica e che aveva contrapposto al gioco istituzionale del mercato la mobilitazione del mondo del lavoro e della produzione con il primo Comitato per gli Stati Uniti d’Europa.
Abbiamo dovuto attendere cinquanta anni affinché nei trattati ed in particolare nel Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, che è la seconda parte del Trattato di Lisbona firmato nel 2007 come embrionale succedaneo dello sfortunato trattato-costituzionale, si superasse in parte nell’art. 153 il principio e il metodo della collaborazione fra gli Stati membri affidando ad un processo di decisione su un piede di uguaglianza al Parlamento europeo e al Consiglio e con decisioni a maggioranza i settori delle condizioni di lavoro, dell’informazione e della consultazione dei lavoratori, dell’integrazione delle persone escluse dal mercato del lavoro, dell’uguaglianza fra uomo e donna nel mondo del lavoro, della lotta all’esclusione sociale e della modernizzazione dei sistemi di protezione sociale.
Non tutto è oro quello che riluce perché le resistenze dei governi fra cui quello laburista inglese seguace della “terza via” cosiddetta riformista di Tony Blair – dopo aver tentato inutilmente di escludere la dimensione sociale dal futuro costituzionale dell’Europa nella Convenzione presieduta da Giscard d’Estaing – hanno lasciato nelle mani delle decisioni unanimi intergovernative la sicurezza sociale e la protezione sociale dei lavoratori, la protezione dei lavoratori in caso di rinuncia dal contratto di lavoro, la rappresentanza e la difesa collettiva degli interessi dei lavoratori (e dei datori di lavoro) ivi compresa la cogestione e le condizioni di occupazione dei cittadini di paesi terzi con permesso di soggiorno regolare sul territorio dell’Unione.
Questi limitati passi in avanti nella dimensione sociale erano stati del resto anticipati nel 2000 dalla Carta dei Diritti Fondamentali ed in particolare nel titolo sulla “solidarietà” dall’articolo 27 all’articolo 38, la cui redazione più coraggiosa fu dovuta alla determinazione dei sindacati europei e della rete della società civile del Forum permanente da cui nacque l’idea della Carta, che ha ora una natura giuridicamente vincolante e che dovrebbe prevalere sugli articoli corrispondenti del Trattato di Lisbona.
Gli articoli della Carta e l’applicazione del titolo X del Trattato di Lisbona, ed in particolare l’art. 153b sulle “condizioni di lavoro” che comprendono il principio del salario minimo, hanno consentito alla Commissione europea di presentare a ottobre 2020 e all’autorità legislativa di approvare a novembre 2021 la direttiva 2022/2041 di cui è stata ora riconosciuta la legittimità e la conformità rispetto al Trattato dalla Corte di Giustizia nella sentenza dell’11 novembre 2025 respingendo il ricorso del governo danese che aveva votato contro la direttiva insieme a quello svedese e all’astensione del governo ungherese, che ha riconosciuto il valore delle contrattazioni collettive e che è considerata una pietra miliare sul cammino di un più compiuto welfare europeo.
Si tratta ora di verificare le modalità dell’introduzione della direttiva nei paesi che l’hanno accolta e di mettere in mora i paesi che non l’hanno ancora fatto ma che dovevano farlo entro la fine del 2024 per garantire eque condizioni di lavoro per tutti i cittadini europei e per i lavoratori migranti con un regolare permesso di soggiorno in attesa di introdurre nei trattati un nuovo “protocollo sociale di progresso” che superi non solo i ricordati limiti dell’art. 153 TFUE e si adegui ai principi e ai valori della Carta dei diritti fondamentali.
Roma, 18 novembre 2025 Pier Virgilio Dastoli
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