Milano, 27 maggio 2026
MATURITÀ: le riforme non finiscono mai!
Ancora!
L’ Esame di Maturità di sole quattro discipline, ultimo ritrovato della scienza dell’educazione è un simulacro d’esame.
La maturità non è fine a se stessa, ma va considerata nel più ampio quadro dell’istruzione/educazione del Paese; e dei singoli Istituti scolastici. Qui possiamo solo accennarvi.
Il Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, nonché i suoi ineffabili Consiglieri, nella demolizione della scuola pubblica, questa sì, perdita della tanto invocata identità nazionale, sono nella scia dei loro predecessori. Lo stesso Governo, nel suo insieme, ne è responsabile.
Excursus essenziale
I governi di Destra, di Sinistra o Tecnici, ciascuno nella propria stagione, cominciarono a demolire la scuola pubblica, riformando i programmi delle elementari, prima; unificando la scuola media, poi; premessa per abolire lo studio della lingua latina. Il Ministro Misasi con la sua circolare, che invitava i docenti a non assegnare voti troppo bassi, scodellò i “misasini”. Venne Berlinguer: riformò gli esami di maturità e stravolse i programmi di storia, con il Decreto Ministeriale n° 682 del 4 novembre 1996. Moratti eliminò gli esamini di quinta elementare perché” i bambini si stressavano”, Corriere Della Sera ,24 gennaio 2004. Alla Gelmini dobbiamo lo svuotamento dell’istruzione secondaria superiore, se ricordiamo bene, l’invenzione delle “linee d’indirizzo”, del tutto evanescenti ed interpretabili, ed in alcuni ordini l’abolizione dello studio della geografia, quale disciplina autonoma, sostituita dalla “geostoria”, una specie di “ircocervo”, per usare un’espressione di Benedetto Croce. La digitalizzazione forzata nelle scuole si deve al Ministro Profumo- Governo Monti- che, come molti colleghi universitari, ha confuse ed approssimative conoscenze dei livelli di funzionamento dell’istruzione media. Esperienza personale. La Ministra-si dice così? – Giannini ci ammannì la “Buona scuola”, del che non mette conto parlare. Segue la Ministra Valeria Fedeli, che apre la strada alla sperimentazione della maturità per i licei quadriennali (il Giorno, 8 agosto 2017) seguita dal ministro Fioramonti. Il 9 febbraio 2022 la Prealpina registra: ”Gli studenti esultano e preparano ulteriori manifestazioni” Il C.S. P. I. aveva espresso parere negativo sulla proposta del Ministro Bianchi di ripristinare la seconda prova scritta, quella d’indirizzo, nell’esame di maturità.
L’Università Bocconi lanciò l’idea della laurea biennale: una bestialità nata morta. Abortì anche il liceo quadriennale, che, però, tuttora funziona, si veda il “Liceo classico interculturale europeo-quadriennale” ; o quello “internazionale” di uguale breve durata. Da un lato Berlinguer eleva a cinque anni l’istituto magistrale, che diventa liceo socio psicopedagogico! Dall’altro si riduce a quattro l’istituto superiore, liceo o tecnico. I Proponenti dimenticarono che tale esperienza risaliva al 1923-28, con il liceo scientifico, grande intuizione gentiliana. Si constatò che erano necessari cinque anni di corso. Lungimiranti. Quelli.
Saltiamo altri tentativi, ma non dimentichiamo la Legge Bassanini n° 59 del 15 marzo 1997, che nell’art.16 individua i compiti del dirigente scolastico, richiamati dall’art.16 del d.p.r. n° 275 dell’8 marzo 1999. Il Decreto legislativo n° 29 del 3 febbraio 1993, art. 25 bis aveva già istituito la figura dei “Dirigenti delle istituzioni scolastiche”. Figura volutamente evanescente.
Oggi
Il 27 giugno 2003 il Giorno riportava un mio intervento sulla maturità d’allora e titolava “L’esame di maturità non esiste più”. Questo Governo provvede alla sua onorata sepoltura.
Il Decreto Ministeriale n° 13 del 29 gennaio 2026, all’art.1, commi a e b, indica le prove scritte ed orali dell’esame. L’art.2, c. 1 stabilisce: “Ai sensi dell’art.17, comma 2 bis, del Decreto legislativo 13 aprile 2017, n°62, l’esame di maturità è validamente sostenuto se il candidato ha regolarmente svolto tutte le prove d’esame, ivi compreso il colloquio”. In base a questo, crediti o no, le Commissioni che nel 2025 hanno “maturato” chi non aveva sostenuto il colloquio, hanno violato la norma. Il Ministro non c’entra, almeno qui.
L’art.17 sopra citato al c. 9 recita: “Il colloquio ha la finalità di accertare il conseguimento del profilo educativo, culturale e professionale della studentessa o dello studente”.
L’Ordinanza Ministeriale n° 54 del 26 marzo 2026, art. 22 c. 2, la maturità di quest’anno, recepisce gli stessi concetti, precisa le modalità di conduzione del colloquio stesso: “Il colloquio ha inizio con una breve riflessione del candidato sul proprio percorso scolastico e personale … prosegue con la proposta di domande [sic! ndr]e approfondimento sulle quattro discipline …”; poi chiarisce che nelle sue fasi è necessario …” il coinvolgimento delle diverse discipline, valorizzandone, soprattutto i nuclei tematici fondamentali e la dimensione pluridisciplinare e interdisciplinare.” . Cappello napoleonico. Nessuno si è posta la domanda: gli alunni avranno studiato le materie non previste per l’esame, dopo l’annuncio di gennaio? Di sicuro i docenti non hanno mollato, ma il vulnus nello studio rimane. A prescindere dall’esame stesso.
E’ pure precisato che al candidato che abbia ricevuto in “comportamento” una valutazione di sei decimi “ il consiglio di classe assegna un elaborato critico in materia di cittadinanza attiva e solidale da trattare in sede di colloquio dell’esame di maturità”(Art. 3,c.1-iv della citata ordinanza). “ Il senso lor m’è scuro”; significherà forse che lo studente debba spiegare per iscritto i motivi del suo comportamento e dichiararsi pentito amaramente?
Torniamo alle prove.
Un esempio pratico tratto dagli allegati all’ordinanza.
Liceo scientifico. Al Commissario interno sono assegnate italiano e scienze ed all’esterno matematica e storia.
La commissione è costituita da due commissari esterni, due interni ed il Presidente esterno. Quest’ultimo pare sia ridotto a mera figura burocratica; ma, per onestà, bisogna dire, che dipende dal singolo interpretare il ruolo di presidente: esperienza diretta., e del funzionamento dei singoli istituti scolastici.
Considerazioni.
Il comportamento. Era la condotta.
Liquidiamo subito il problema dei sei decimi in comportamento: l’antico voto di condotta era assegnato in decimi, come quelli di profitto, e non poteva essere inferiore a otto; con il sette si veniva rimandati a settembre in tutte le materie e con il sei si perdeva l’anno. Non c’era niente da elaborare né da ruminare, perché il voto, non solo in condotta, è di per sé la descrizione dei comportamenti dell’alunno e del ragionamento sviluppato dal singolo docente nel proporre il voto al consiglio di classe, che può accettarlo, respingerlo o modificarlo, sempre motivando e verbalizzando, sia negli scrutini intermedi che in quello finale.
Le studentesse e gli studenti devono essere e secondo noi, sono consapevoli delle proprie azioni e delle conseguenze delle stesse. Senza ricorrere ai Regi Decreti, che peraltro ponevano in capo al Preside la difesa dello studente, basterà leggere l’art.4 del D.P.R. n° 249 del 24 giugno 1998, Ministro De Mauro, Presidente Ciampi. Le modifiche al testo, apportate dal DPR n° 134 dell’8 agosto 2025 non ne alterano l’impianto. I regolamenti di disciplina delle singole scuole ne declinano l’applicazione. Ciò che aiuta i ragazzi a prendere coscienza di sé sono solo la chiarezza, prima che la fermezza, delle norme di vita interna alla scuola; e la certezza, che i responsabili dell’Istituto nei diversi livelli, si assumano la responsabilità della decisione, anche sgradevole, sempre nell’ambito delle norme vigenti. Da qui l’esempio per i giovani cittadini. Ripetiamo: qualunque voto o deliberazione, non è del singolo, ma è proposto al c. di cl, che può anche modificarlo, con valida motivazione.
Il merito.
Le affermazioni di questa ordinanza, come delle precedenti, sono roboanti ed imperative, ma non realizzabili.
Infatti: l’orizzonte di sole quattro discipline è asfittico. Se aggiungiamo le griglie di valutazione, in vigore da anni, allegate al documento, togliamo alla Commissione la possibilità di spaziare nei diversi campi del sapere, collegati con l’esame stesso. A sua volta, nemmeno il candidato sarà indotto ad ampliare il proprio orizzonte culturale e, ancor di più, il confronto con la realtà che lo circonda. Viene così compresso lo spirito critico, solo strumento in nostro possesso per discernere il bello dal brutto, il buono dal cattivo, in definitiva per imparare ad utilizzare la libertà di decidere. Aristotele e Kant che ce l’hanno insegnato una volta per tutte, sono ferri vecchi. Coloro che hanno governato e coloro che governano oggi la scuola hanno dimenticato il proprio primo dovere: l’educazione del cittadino-studente.
La valutazione è l’altra ruota della bicicletta. Fuor di luogo e noioso, entrare nel dettaglio o disquisire di docimologia e di sistemi di valutazione, ma una cosa possiamo dire: assegnare il voto ad un compito, ad una verifica, ad un’interrogazione è attività complessa, che non si riduce al mero numero: dietro a quel voto stanno la sensibilità e la coscienza del docente e l’intero mondo delle relazioni del valutando; c’è durante tutto l’anno , massime negli scrutinii; c’è anche se non si vede, la capacità di coordinamento del Capo d’Istituto; stanno la capacità ed il suo coraggio civile, lungo tutto il corso di studi, di guidare la propria scuola e, diciamolo chiaro, di scontrarsi, quando inevitabile, con l’ambiente ed anche con gli apparati amministrativi; per non dire dei ricorsi al TAR, sport molto in voga. Confidiamo nel 100% dei promossi. Salva tutti.
Constatazioni
La prima.
I giovani, nella scuola o nel lavoro, scalpitano, non vogliono limiti; guai se non fossero così!
Non lo dicono, ma desiderano essere guidati e, tramite chi li guida, conoscere il mondo. Il docente e il dirigente scolastico, fuori dalla famiglia, sono il loro modello comportamentale, il termine di paragone con il quale misurano gli adulti. Soprattutto nei momenti epocali della propria vita, come la maturità.
Il diploma facile e la laurea facile corrompono i ragazzi: fanno credere loro che tutto sia dovuto: per questo, se non per altro, è indispensabile la selezione nella scuola, accompagnata espiegata dall’azione quotidiana del docente. La bocciatura può essere capita solo così, quale errore rimediabile e non come colpa e disonore. Il livellamento verso il basso è comodo e richiesto, ma non è stimato. Nemmeno da chi lo vuole.
La seconda
Siamo, più che in passato, nel comodo mondo della commiserazione. Scriveva Alberto Ronchey.” La commiserazione debilita… A che serve il piagnisteo mammistico e mediatico [oggi anche babbistico n.d.r.] rivolto a denunciare quel peccato di carattere denunciato dalla pedagogia seria come self-pity” Corriere Della Sera, lunedì 12 luglio 1999.Il tema è storico. Sarà pure endemico?
La maturità prevedeva sino a qualche lustro fa l’interrogazione su tutte le discipline dell’ultimo anno e sui riferimenti degli anni precedenti. Nessuno si è mai lamentato e nessuno è morto di maturità. La selezione è necessaria, perché qualifica studenti e scuola nel suo complesso: dal Ministro al singolo Istituto.
La terza
I politici di scarsa lungimiranza e misero interesse di voto e la società stessa e l’Università lamentano: i giovani sono deboli, insicuri… è la solita litania; ma dimenticano costoro di esserne la causa. Sport nazionale: la colpa è sempre di qualche altro. Purtroppo, anche molta editoria, appiattita e conformista, non è scevra da responsabilità. Insomma: ci siamo tutti.
Essi creano l’emergenza perenne e perfetta. Tra le mie carte ritrovo un bell’articolo di Vincenzo Craici, Corsera del 18 giugno 1946.”…L’emergenza può suggerire rimedi ed espedienti ma non creare istituti durevoli…Perciò sarebbe opportuno che tanto gli uni quanto gli altri (studenti e famiglie n.d.r.) si astenessero dal chiedere, come fanno…che siano mantenute in vigore disposizioni che hanno perduto la loro transitoria legittimità, col tramontare delle circostanze [la guerra ndr] ond’ebbero una momentanea giustificazione”. Signor Ministro e Signori del Governo, siamo forse in guerra?
La sola che conosciamo è contro l’ignoranza.
Sintesi conclusiva
Da questo pantano usciamo solo con uno sfaglio di coraggio: ripristiniamo gli antichi e collaudati programmi ed esami; costruiamo relazioni convincenti tra i diversi ordini di scuola e con l’Università. La scuola italiana era la prima e più apprezzata nel mondo; non è decaduta per caso: le si sono imposti modelli estranei alla nostra storia, per decenni, con pervicacia. Le responsabilità sono diffuse.
Liberiamo i giovani dai falsi profeti. In ciò, qualunque siano l’epoca o la coalizione, Governi e Ministri hanno un ruolo fondamentale. Lo svolgano.
Michele D’Elia
Presidente dell’Associazione Dei Liberali
Gia' Preside in Milano.
L’ITALIA DEL REFERENDUM
“Non voglio un trono macchiato di sangue”, Umberto II (*)
Ci siamo: domenica 2 e lunedì 3 giugno 1946 si vota!
Finalmente il popolo italiano può scrollarsi di dosso il giogo dei Savoia; e vendicarsi delle ingiustizie subite per quasi un secolo.
Gli italiani votano in completa serenità. Infatti, scelgono la Repubblica in questo clima e in queste condizioni: truppe straniere occupano il Paese; sono “… occupanti-liberatori … ed alleati-occupanti …” (Cfr. M. Isnenghi, La tragedia necessaria, Ed. Il Mulino, 1999, pp. 62-63);
“ … si spartiscono la flotta, ci prendono le colonie, vogliono riparazioni e ci recidono le forniture …” così Falcone Lucifero, Ministro della Real Casa, nei suoi Diari, 5 maggio 1946, p. 533, al generale americano Hume, che vorrebbe festeggiare la liberazione di Roma, del 4 giugno 1944.
I titini, dopo le foibe e i delitti contro gli italiani, occupano Trieste, la Venezia Giulia, la Dalmazia, Pola, Zara e l’Istria nella ipocrita e politicamente studiata indifferenza degli Alleati. Nella regione opera la Divisione neozelandese, comandata dal generale Freyberg. Gli italiani non votano in queste regioni né a Bolzano, a dispetto di una scheda elettorale in tedesco. Non votano i prigionieri di guerra, ancora chiusi nei campi di concentramento; 650.000 Internati Militari Italiani, che, fedeli al Re ed a se stessi, non avevano aderito alla Repubblica Sociale Italiana e che, al momento del voto, sono ancora rinchiusi nei lager; ma va notato che un certo numero di IMI fu liberato in tempo per poter votare, come specifica il professor Bellini a proposito del padre, “liberato dalle truppe canadesi nel marzo, e arrivato in Italia in tempo per votare al referendum. Per la cronaca: votò repubblica”. Né votano i pochi tornati dalla prigionia, perché non ricevono il certificato elettorale; i prigionieri politici; i militari sparsi nelle zone occupate d’Europa; né i marinai civili e militari in navigazione; gli italiani delle Colonie: Eritrea, Libia, Cirenaica; gli epurati, oggetto di trattativa tra i partiti… L’elenco degli esclusi è certamente incompleto. Nei fatti si nega il diritto di voto Monarchia o Repubblica che sia.
Beanti sono le ferite della guerra civile; ricordiamo, a mo’ di esempio, solo tre episodi: l’eccidio dei sette fratelli Cervi (comunisti) dei sette fratelli Govone (fascisti) della famiglia Manzoni-Ansidei né comunista né fascista, ma monarchica. La colpa peggiore. Del rapimento della madre e dei tre figli, nel giugno 1945 a Lavezzola, dà conto Mario Viana nel volume Monarchia e fascismo, pp. 650-651.
Precisa il professor Giuseppe Manzoni, membro di un ramo collaterale della famiglia che l’eccidio avvenne il 7 luglio 1945.
Ricordiamo gli abusi degli Ausiliari, come il sequestro di 80.000 volantini monarchici l’11 maggio 1945. (Diari, cit. p. 536)
Completano il quadro il terrorismo psicologico di Nenni: “o la Repubblica o il caos!”, le violenze dei manganellatori della Polizia Ausiliaria, 11.145 agenti più 770 brigadieri … come ci informa Romita, Ministro degli Interni, a pag. 44 del suo volume Dalla Monarchia alla Repubblica.
Costoro sono cresciuti tra gli ex partigiani-comunisti e gli ex repubblichini-fascisti, repentinamente
convertitisi al nuovo credo. Dubbio legittimo. La tenaglia comunisti-fascisti contro la Monarchia è fenomeno profondo e tragico: è il veleno inoculato negli italiani, il 28 ottobre 1922. Conclamata antitesi civile.
La disorganizzazione o la sciatteria fanno il resto: molti non ricevono il certificato elettorale, altri ne ricevono più d’uno, come l’Ammiraglio Antonio Cocco, che ne riceve quattro; e, addirittura, ne ricevono due, a due diversi indirizzi, Re Vittorio Emanuele III e la Regina Elena, da tempo in esilio, in Dalla parte del Re, Semerano-Zuccoli, p. 53. Così anche al “Re fascista”, secondo Romita cit. p. 24, è riconosciuto il diritto di voto.
(*) Italicus (Ezio Saini), Storia segreta di un mese di regno, Ed. Sestante, Roma 1947, p. 219
Quirinale, 13 giugno, mattina: Umberto II a chi gli chiedeva di andare a Napoli e resistere.
Tutto ciò è il meno.
Tradisce la Monarchia una schiera di infidi e imbelli “difensori”, quali: Vittorio Emanuele Orlando, Benedetto Croce, Francesco Saverio Nitti, Ivanoe. Bonomi, Enrico De Nicola ed altri, che all’ombra
della Corona, avevano costruito le proprie fortune, con o senza merito. Ingialliti attori di un teatro definitivamente chiuso.
Emergono i repubblicani d’occasione, come il Conte Sforza e il Ministro della Guerra, Manlio Brosio, noto esponente del PLI.
Non si espongono la grassa e pavida borghesia né gli industriali, preoccupati di ingraziarsi i nuovi eventuali governanti. Bisogna pur campare!
Nè sfigura, in questo desolante quadro, certa nobiltà, come il sindaco di Roma, Principe Doria, che all’inaugurazione delle cucine economiche nel Quirinale, il 22 aprile 1946, nasconde lo stemma sabaudo delle bandiere. (Lucifero, Diari, p. 528)
Lontano il tempo dei nobili martiri della Monarchia e dell’Italia, come Felice Cordero di Pamparato e tanti altri, trucidati dai tedeschi.
Altre personalità: Andreotti, Scalfari, Montanelli … votarono monarchia, ma lo dichiararono dopo.
Limpide figure: Luigi Einaudi, monarchico e liberale a viso aperto, scrive a favore della Monarchia prima del referendum e la vota; Beppe Fenoglio, il partigiano Johnny, nelle Langhe rischia la pelle per il Re; Cesare Degli Occhi abbandona la Democrazia Cristiana e apertamente sostiene il Re.
A Torino opera il Gruppo Monarchico Cavour. Tra i giovanissimi si distingue il giovanissimo Roberto Vittucci Righini, che nel 1972 avrebbe costituito l’Alleanza Monarchica, corrente che si sarebbe opposta alla alleanza del PDIUM con il Movimento Sociale Italiano (MSI). Il PDIUM è il Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica, erede del Partito Democratico Italiano, che aveva combattuto la battaglia monarchica durante il referendum. A Bergamo opera Franco Malnati; a Parma, Vittorio Enzo Alfieri. Infine: le donne svolgono un ruolo fondamentale nei due campi e votano, già dalle precedenti amministrative, per effetto del D. L. Lgs n.23 dell’1 febbraio 1945.
Notte tra il 3 e il 4 giugno. La Monarchia è in netto vantaggio, come riconoscono Romita, cit. p. 193 e De Gasperi, che comunica a Re Umberto con una lettera il 4, i primi risultati sino alle ore 8 del mattino. Ore 21 dello stesso giorno: la Repubblica surclassa la Monarchia.
Mercoledì 5 giugno. De Gasperi conferma al Re questa tendenza. Lo stesso giorno il Nuovo Corriere della Sera titola:”Vittoria sicura della Repubblica”; lo annuncia anche Radio Montevideo (cfr. Romita, cit. p. 194).
Romita legge ai giornalisti i risultati provvisori del referendum come definitivi.
Giovedì 6 giugno. Il Corriere si chiede: “Chi sarà il Presidente?”
Non ci invischiamo nella stantia polemica relativa ai brogli, ormai conclamati e provati: anche secondo le dichiarazioni di Massimo Caprara, segretario di Togliatti, raccolte dal giornalista Pietro Radius e pubblicate su Famiglia Cristiana, numero 1 del 3 gennaio 1996; e secondo la cronaca del giornalista Pietro De Leo, su Il Tempo del 28 dicembre 2017, per non citare che alcuni servizi giornalistici espliciti. Registriamo che l’Istituto monarchico, per gli errori e le omissioni degli stessi monarchici, per la confusione creata dalla doppia e contemporanea votazione: Monarchia/Repubblica e Costituente, per gli interessati silenzi della Chiesa, per la tenaglia comunisti-fascisti repubblichini, della quale dà ampia notizia ‘Il Borghese’ del 6 giugno 1971, corrispondenza tra Mario Tedeschi e Pino Romualdi, non avrebbe mai potuto prevalere.
Ricordiamo che il giornale fascista ‘Il Popolo di Alessandria’, già il primo marzo 1945 aveva titolato: “Stellassa”, riferendosi a Umberto. Tuttavia, i maggiorenti dei partiti repubblicani dimostrano scarsa fiducia nel popolo: potrebbe votare “per il Re e per la Regina”, come si esprimono gli umili. Esiste addirittura un’associazione monarchica clandestina denominata “Ussari”, che significa: Umberto Sarà Sempre Re d’Italia. (in L’altra enigmistica n. 5, agosto 2024, p. 84 ed altre fonti).
Da questa fibrillazione scaturisce la fretta spasmodica, per la quale si deve votare subito.
Romita: “… un rinvio anche soltanto di sei mesi avrebbe potuto essere fatale per la causa repubblicana”. Romita, cit. p. 71. Il filosofo liberale Guido de Ruggiero sul Corriere della Sera del 16 giugno 1946 scrive che i voti dati alla monarchia nascono “dalla paura della Repubblica”. Altro il sentire ed altra la visione sociale e civile di Re Umberto: “… per quanto mi riguarda mi impegno ad ammettere che appena la Costituente avrà assolto il suo compito possa essere ancora una volta sottoposta agli italiani … la domanda cui siete chiamati a rispondere il 2 giugno”. (dal proclama agli
italiani, Genova 31 maggio 1946) Il Re confermerà questo intento al giornalista Romano Bracalini nell’intervista radiofonica del 19 maggio 1976, trasmessa il 24 giugno alle ore 13; in Semerano-Zuccoli, cit. p. 152
Ben prima, lo stesso Vittorio Emanuele III: “Palmiro Togliatti … ha parlato da italiano”. (cfr. Nino Bolla, Il segreto di due Re, Ed. Rizzoli, Milano gennaio 1951, p. 120)
9 giugno. Milano. Il sindaco greppi invita i milanesi alla speranza.
Dai verbali del Consiglio dei Ministri:
10 giugno. Risultati provvisori: Repubblica 12.672.767; Monarchia 10.688.905. (**) Precisiamo che il 18 giugno la Corte di Cassazione, Presidente Giuseppe Pagano, segretario Emilio Cesareo, esaminati i ricorsi, renderà noti i seguenti risultati definitivi: Repubblica 12.717.923, Monarchia 10.719.284, voti nulli 1.488.136. Fonte, Archivio storico della Camera dei Deputati.
12-13 giugno. Notte. De Gasperi assume i poteri di Capo Provvisorio dello Stato. È un colpo di stato.
12-13 giugno. Notte. L’On. Scoccimarro definisce Umberto “usurpatore”. Cfr. Verbali CdM 12 giugno 1946, ore 21-24,15.
13 giugno. Togliatti scrive il ‘fondo’ sull’Unità: Umberto se ne deve andare.
13 giugno. Mattina. Umberto, a chi gli consiglia di ritirarsi a Napoli e resistere dichiara: “Non voglio un trono macchiato di sangue”. (cfr. Italicus, Ezio Saini, Storia … cit., p. 219)
13 giugno ore 16. Umberto parte l’esilio.
Prendiamo per buoni i risultati, ma diamo finalmente lustro a quei dieci milioni e passa di italiani che votano Monarchia; tra i quali molte migliaia di mutilati, vedove, orfani, che avrebbero tutte le ragioni per abbandonare il Re, che li aveva mandati in guerra e privati di un congiunto. Non lo fanno. Non tradiscono. Anzi, come sopra scritto si ha notizia di una associazione clandestina monarchica denominata “Ussari” (Umberto Sempre Sarà Re d’Italia Vedi L’altra enigmistica nuova, n.5 agosto 2024)
Questi cittadini intuiscono che la Repubblica, voluta dai partiti, non è necessariamente sinonimo di democrazia e libertà. Sono precursori.
Il popolo di alcune città scende in piazza vuole che il Sovrano resti in Italia. A Napoli, tra il 6 e l’11 giugno è sparso sangue in nome del Re. Tra i Caduti, che 80 anni dopo gli italiani dovrebbero onorare, leggiamo solo nomi di persone umili, che esponendosi non avevano niente da guadagnare, bensì tutto da perdere. Vale a dire la vita stessa. La cronaca che segue è tratta da un più ampio studio.
(**) L’esame dei risultati, più completo tecnicamente e culturalmente, è in Libro azzurro sul referendum, di Niccolò Rodolico e Vittorio Prunas-Tola, Ed. Superga, Torino maggio 1953
VEDI NAPOLI E POI MUORI
Mentre nelle stanze del potere si combatte una perfida guerra a colpi di menzogne, in molte città d’Italia il popolo si ribella alla Repubblica, imposta dai partiti.
Circa i sanguinosi fatti di Napoli, è testo di riferimento Enrico Clerici Dell’Olona, milanese, Le giornate della fedeltà monarchica, Ed. Castoldi, Milano 22 novembre 1971. Cfr. anche C. Antonio Del Papa, La Repubblica nasce nel sangue, Ed. Tribuna Politica, Napoli giugno 2006.
6 giugno, ore 5,45. Napoli.
La Regina con i figli lascia l’Italia, per il Portogallo, sull’incrociatore ‘Duca degli Abruzzi’. (p 64-66)
Reazioni: “La popolazione di Napoli si alza eccitata, per i napoletani la colpa della sconfitta monarchica si deve attribuire al clero e ai comunisti … si formano spontaneamente cortei … verso le ventitre un gruppo di quattrocento giovani sale sulla collina di Capodimonte e nei pressi di Porta Grande circonda la stazione dei carabinieri per ottenere armi … i carabinieri sparano in aria … il corteo si allontana, dirigendosi verso la chiesa di Sant’Antonio, dove uno sconosciuto lancia una bomba a mano …”.(p. 65-66)
I feriti sono otto, il più giovane è l’imbianchino Ciro Martino che muore nella notte nell’Ospedale degli Incurabili.
7 giugno. Prime ore del mattino.
“Durante la notte, sotto la direzione dell’ingegner Giuseppe Rispoli, si costituisce il Movimento Separatista del Mezzogiorno che nella mattinata diffonde questo manifesto «Cittadini del Mezzogiorno d’Italia! Il patto in virtù del quale nel 1860 si concluse l’Unità d’Italia è stato infranto da un Referendum attuato con sistemi e mezzi arbitrari … (p. 66-67)
I napoletani manifestano in ogni modo la loro fede”. (p. 67)
Si formano cortei spontanei. La Pubblica Sicurezza interviene ed allontana i dimostranti monarchici dall’Università. Il soldato Alfonso Prota “scendendo col fucile carico da un camion … fa partire un colpo che lo ferisce mortalmente”. (p. 68)
Piazza Nicola Amore. La polizia sbarra il passo al corteo monarchico, che si ferma al Rettifilo, ma “il diciottenne Carlo Russo … avvolto nel tricolore sabaudo avanza verso la polizia, solo pochi coraggiosi lo seguono”. (p 69)
I poliziotti ausiliari aprono il fuoco con le mitragliatrici, Carlo Russo è colpito. Morirà il 9 nell’Ospedale degli Incurabili. I Reali Carabinieri salvano a stento i poliziotti-partigiani. Il Re invita tutti “ad astenersi da qualunque manifestazione che possa dar luogo a disordini”. (p 70)
Il generale Falanga reca un messaggio di pace al Prefetto di Napoli, Ventura.
7 giugno. Sera.
Il Prefetto convoca il Sindaco Fermariello e le Autorità locali; presenti anche i senatori Benedetto Croce, Enrico De Nicola, l’on. Giorgio Amendola, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e l’avvocato Giovanni Porzio. Si stila il seguente messaggio: “ … Napoli italiana e unitaria non deve offrire pretesti a speculazioni tendenti a ridestare concetti e dissensi definitivamente superati”. (cfr. pp. 71-72)
Ore 20,00. Nuova manifestazione di fedeltà alla Monarchia. Nessun incidente.
7 giugno. L’on. Enzo Selvaggi presenta alle competenti Autorità un ricorso contro i risultati del referendum.
8 giugno. Altri cortei, nessun incidente. Il sindaco Fermariello (Partito d’Azione) si dimette perché i C.L.N. (Comitato di Liberazione Nazionale) ha nominato una Giunta che “non rispecchia la volontà dell’elettorato, pronunciatosi in gran maggioranza a favore della Monarchia”. (p. 73)
9 giugno. Altri cortei. Nessun incidente.
10 giugno.
Sull’Avanti! edizione romana, si legge: “A Napoli le squadre Savoia saccheggiano i negozi e derubano i cittadini”. La Prefettura emana questo comunicato: “… la Prefettura per rispetto della verità informa che tali fatti non sussistono … il giornale di Roma che ha pubblicato la notizia sarà chiamato a una maggiore serietà”. (p. 74)
Ore 18,00. Giuseppe Pagano, Presidente della Corte di Cassazione, legge i risultati provvisori del referendum. Vedi sopra.
Ore 20,00. Il corteo, che ha seguito i funerali di Carlo Russo, si avvia verso Piazza Carità. Gaetano D’Alessandro, calzolaio diciottenne, mentre torna a casa, è fermato dagli Ausiliari, che gli impongono di consegnare loro la bandiera sabauda, egli rifiuta e si arrampica sulla cancellata di una chiesa. Grida: “… se volete questa bandiera, prima mi ucciderete … Viva il Re!” Gli Ausiliari ritirandosi, sparano una raffica di mitra che lo uccide. (p.76)
Nella stessa giornata viene ucciso un altro ragazzo: Guido Beninato. (p.76)
11 giugno. Mattina.
Da un balcone di via Duomo vengono esposti un tricolore senza lo scudo sabaudo ed una bandiera rossa con falce e martello. È la casa della signorina Imondi, figlia di un anarchico. “Cinque giovani si arrampicano fino al balcone e danno fuoco alle bandiere”. (p. 77)
Primo pomeriggio. Via Medina, sede del Partito Comunista Italiano.
Viene esposta la bandiera tricolore senza stemma e quella rossa con falce e martello. Si forma un corteo, guidato dalla professoressa torinese Maria de Maris (p.78). Il meccanico Mario Fioretti si arrampica sino alle due bandiere, ma viene colpito a morte.
Il Tempo registra: testimoni oculari assicurano che: “un uomo anziano in maniche di camicia e panciotto scuro … ha lanciato bombe a mano”. (p.79)
Gli Ausiliari, ex partigiani comunisti, arruolati, come sappiamo dal ministro Romita, formano un cordone davanti alla sede del P.C.I. L’onorevole [Giorgio ndr] Amendola, sottosegretario agli Interni, che si trova in Questura, ordina il fuoco.
Vengono uccisi Vincenzo Di Guida 15 anni, Felice Chirico, Ida Cavalieri, milanese, che si para davanti ad un’autoblinda, convinta di fermarla. È travolta.
Vengono feriti, nella sparatoria, anche alcuni bambini: Raffaele Palmisano di 10 anni, Giovanni Vibrano di 11, Tino Zelata di 8, Antonio Maiano di 12.
Sempre nel tentativo di strappare quelle bandiere in via Medina, vengono uccisi Michele Pappalardo e Francesco D’Azzo. (pp. 79-81)
Sera. Si lotta ancora.
Romita: “Un’insolita effervescenza si era notata a Napoli già da parecchi giorni”. (Romita cit.p.207) Umorista!
Registra Clerici: “Un gruppo di guardie di pubblica sicurezza che il giorno 11 prestavano servizio nella questura di Napoli, scrisse una lettera firmata al giornale “Nuova Italia” nella quale leggiamo tra l‘altro: «Scriviamo con cognizione di causa per aver assistito a tali fatti e giuriamo sul nostro onore che quanto scriviamo risponde a verità.
Esigiamo quindi una smentita al detto comunicato ed una severa inchiesta perché il responsabile dei moti avvenuti a Napoli l’11 giugno ove trovarono morte gloriosa più di sette monarchici e feriti oltre cinquanta, è unicamente il sottosegretario Amendola.
Egli ordinò al Questore di far fuoco sulla folla assumendosi, a suo dire, la responsabilità. Egli chiamò vigliacchi tutti gli agenti della forza pubblica che non volevano ubbidire al suo arbitrario ordine.
Così iniziò la sparatoria che durò varie ore dopo che fu registrato il triste bilancio. Poi l’autorevole gerarca comunista, fu tratto in arresto dagli alleati disgustati per ciò che era successo, e rilasciato dopo qualche ora proprio per l’intervento del Prefetto, del Questore e di altri funzionari.
Aveva l’occhio destro tumefatto e la giacca a brandelli, il coraggioso gerarca, al momento dell’arresto si mise a piangere, ripetiamo a piangere invocando il prefetto ad alta voce perché temeva di essere linciato dalla folla nel caso che fosse stato cacciato fuori»”. (Clerici, cit. pp. 113-114)
Prosegue Clerici: “Il nostro scrupolo per la verità storica ci ha indotto inutilmente a far domanda, per ben due volte, al governo affinché ci fosse concesso di prendere visione del fascicolo dell’istruttoria che la Magistratura, dopo i moti delle ‘Giornate della fedeltà’, ordinò”. Macchia. La documentazione dei fatti di cui sopra è depositata presso l’Archivio di Stato di Napoli. Clerici precisa che per ben due volte la Magistratura respinse la sua domanda di prendere visione del fascicolo dell’istruttoria sui fatti di Napoli. (cit. p. 114)
Il sanguinoso episodio non sfuggì alla stampa nazionale.
Riferisce “La Nuova Stampa” del 13 giugno: “Napoli 12 giugno … sul momento più grave della giornata vi fu anche una versione che fa risalire al sottosegretario comunista Amendola una grave responsabilità allorché la folla è giunta davanti alla sede del partito comunista, venne fronteggiata
dalla forza pubblica al comando del questore, poi irrompeva improvvisamente l’Amendola che,
sostituendosi al questore, competente tutore dell’ordine e della legge, ordinava alla forza di polizia di aprire senz’altro il fuoco sulla folla.
Susseguentemente, l’Amendola uscendo dalla sede del partito comunista, veniva arrestato per ordine della commissione alleata, ma, per intervento delle autorità italiane era rilasciato dopo alcune ore …”
Il quotidiano registra tafferugli tra monarchici e repubblicani anche a Napoli e Roma.
12-13 giugno. Notte. Colpo di Stato.
Il Governo si arroga i pieni poteri e nomina Alcide De Gasperi facente funzione di Capo dello Stato sino all’elezione del Capo dello Stato Provvisorio.
Limbo
La Repubblica non c’è ancora, ma c’è già un Presidente. Purchessia.
Epitome
Costituzione della Repubblica Italiana Art. 139
“La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”
La Repubblica, dalla sua nascita, tiene il popolo italiano in regime di libertà limitata.
Michele D’Elia
Direttore R. di Nuove Sintesi, n° 2 dicembre 2025
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Farà sicuramente piacere a tutti noi ritrovare l'instancabile Liberale Michele D'Elia sulle pagine del Corriere della Sera in compagnia di Mieli, il quale, sicuramente senza avere letto le mie doglianze riguardo la trascuratezza in merito al centenario della morte di Giovanni Amendola, se ne é ricordato.
Il Presidente M. D'Elia
Milano, 18 marzo 2025
COMUNICATO STAMPA
Riportiamo il latino nella scuola italiana.
L’attuale fioritura di pubblicazioni, che esaltano il latino ed il greco, ci confermano nella nostra antica convinzione, che la Legge n. 1859 del 31/12/1962, che aboliva, di fatto, lo studio del latino nella scuola media, sia stato un gravissimo errore.
La riforma Gelmini ha ridotto le ore di latino nei licei: errore su errore.
Il Partito Liberale Italiano sostenne il reinserimento del latino obbligatorio nella scuola media, a partire dalla prima classe nello specifico convegno nazionale presso l’Hotel Ambasciatori a Roma, del 26 e 27 aprile 1991.
Ampio risalto dedicarono all’iniziativa la televisione e la stampa.
I parlamentari liberali Battistuzzi e Serrentino, purtroppo scomparsi, il 18 giugno 1991 ed il 24 giugno 1992, presentarono una proposta di legge, mai discussa.
Oggi la nostra Associazione ripropone questo salto di qualità, che investe la cultura e le radici stesse degli Italiani.
Io stesso predisposi la proposta di legge che allego, quale Responsabile Organizzativo dell’Ufficio Scuola Nazionale del PLI.
- Michele D’Elia - Presidente dell’A D L
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CAMERA DEI DEPUTATI
XI LEGISLATURA — DISEGNI DI LEGGE E RELAZIONI — DOCUMENTI
Proposta di legge n. 1100
d'iniziativa del deputato BATTISTUZZI
Reinserimento del latino
nel piano di studio della scuola media
Presentata il 24 giugno 1992
ONOREVOLI COLLEGHI ! — La lingua latina ed il suo studio costituiscono, in quanto strettamente connessi con lo studio della lingua italiana e della storia, in modo particolare, la base per il recupero della sintesi culturale e dell'identità storica nella scuola italiana, oggi eccessivamente frammentata.
Il reinserimento del latino nel curriculum della scuola media tende a restituire agli studenti adeguati mezzi per sostenere il confronto culturale europeo, essendo il latino parte fondamentale degli obiettivi didattici della scuola contemporanea, per la padronanza tecnico-linguistica che esso conferisce a chi lo studia, anche in ordine all'apprendimento delle lingue straniere, ancora trascurato.
Introdurre nuovamente il latino nella scuola media significa andare incontro
alla sempre più viva richiesta delle famiglie, che oggi colmano questa lacuna organizzando, nelle scuole che lo consentono, corsi pomeridiani autofinanziati. In particolare, si elimina cosl l'assurdo pedagogico di iniziare nel IV ginnasio lo studio contemporaneo del latino e del greco.
Il latino eleva il livello medio della cultura e dell'istruzione non solo di chi continuerà gli studi, ma anche, e soprattutto, di quei giovani che dopo la scuola media, o dopo il successivo biennio, sce- glieranno il mondo del lavoro.
Infine, esso contribuisce a favorire l'orientamento e ad approfondire l'educazione e l'istruzione professionale, com'è richiesto dalla legge istitutiva della scuola media unica (legge 31 dicembre 1962, n. 1859) e dalla premessa ai programmi del 1979 (decreto del ministro della pubblica istruzione in data 9 febbraio 1979, pubblicato nel supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale n. 50 del 20 febbraio 1979).
Oltre alle ragioni culturali e didattiche, appena richiamate, c'è anche l'obiettivo di elevare le capacità logico-critiche di tutti gli studenti che consiglia il ritorno del latino nella scuola media.
E' innegabile esigenza dei preadolescenti cominciare ad affinare la propria capacità critica contro il pericolo del conformismo e contro le influenze dei sistemi informativi più sofisticati; la scuola, infatti, soprattutto oggi, non può tradire il proprio ruolo di processo globale, in relazione allo sviluppo della personalità dell'alunno.
La scuola deve essere mezzo formativo-educativo dell'intelligenza, della coscienza e del carattere; ossia strumento di elevazione spirituale, morale e civile della persona prima ancora di essere strumento di acquisizione e di utilizzo di una certa somma di sapere; tale funzione è bene esercitata proprio dallo studio della lingua latina.
La concezione dell'istruzione disinteressata, che attragga ed educhi la mente alla ricerca ed alla analisi critica anche al di fuori degli interessi e delle preoccupazioni di ordine pratico, appartiene alla concezione tradizionale del liberalismo, che crede nell'uomo libero, dotato di proprie ed autonome volontà e capacità di critica, che devono essere aiutate nel proprio sviluppo.
La scuola deve rafforzare i suoi contenuti democratici, con l'introduzione delle necessarie innovazioni, dall'adeguamento dei mezzi, al rigore della qualità degli insegnamenti, se vogliamo che la conquista del diritto di accedere ai più alti livelli dello studio non sia vanificata dalle distinzioni e dal decadimento del sistema scolastico.
É in questa prospettiva che si pone la presente proposta di legge.
Atti Parlamentari - 3 - Camera dei Deputati ’— 1100
XI LEG ISLATURA — DISEGNI DI LEGGE E RELAZIONI — DOCUMENTI
PROPOSTA DI LEGGE
ART. 1
1. L'insegnamento obbligatorio della lingua latina è inserito nel piano di studio della scuola media di primo grado a par- tire dall'anno scolastico successivo a quello della data di entrata in vigore della presente legge.
ART. 2
2. Nell'orario di insegnamento della scuola media di primo grado devono es- sere previste due ore di latino settimanali nel primo, nel secondo e nel terzo anno. Il Ministro della pubblica istruzione, sentito il Consiglio nazionale della pubblica istruzione, provvede, ai sensi dell'articolo 3 della legge 31 dicembre 1962, n. 1859, a modificare conseguentemente gli orari di insegnamento della scuola media di primo grado.
ART. 3
1. Il Ministro della pubblica istruzione, con proprio decreto, sentito il Consiglio nazionale della pubblica istruzione disciplina il programma dell'insegnamento della lingua e letteratura latina nella scuola media di primo grado con le se- guenti finalità:
a) migliorare la conoscenza generale e l'approfondimento della lingua italiana;
b) sollecitare lo sviluppo delle capacità logico-critiche;
-
aiutare lo studente a comprendere il cammino delle civiltà attraverso una conoscenza diretta delle testimonianze del passato;
-
fornire agli studenti che prose- guono negli studi elementi propedeutici per una conoscenza più approfondita del latino nella scuola secondaria superiore.
ART. 4.
1. Il Ministro della pubblica istruzione, sentito il Consiglio nazionale della pub- blica istruzione, provvede ad organizzare corsi di aggiornamento incentivati di lin- gua e letteratura latina per gli insegnanti della scuola media che ne facciano richie- sta al fine di agevolare l'applicazione della presente legge.
Riporto volentieri una interessante nota pervenuta da Michele d'Elia ed, a seguire, la mia risposta.
LA DIASPORA DEI LIBERALI
MENTRE TUTTI SI DICHIARANO LIBERALI I LIBERALI VERI SONO ALLO SBANDO
Ieri
Tra il 4 e il 6 febbraio del 1994, all’Ergife di Roma, si svolse il XXII ed ultimo Congresso nazionale del P.L.I. Lo avevamo pensato come il Congresso della rigenerazione ed invece fu il funerale del Partito. I becchini del P.L.I. ebbero partita vinta. Mentre la platea dei delegati discuteva fino all’alba del 5 febbraio sul futuro della Bandierina, alcuni capi bussavano con molta insistenza e poca dignità ad altre porte. Lo testimoniano le cronache di quei giorni; ma prima o poi ne scriveremo anche la storia. Dal partito nacque la Federazione dei Liberali (alla quale sono iscritto), che avrebbe dovuto infondere nuovo slancio ed entusiasmo ai liberali organizzati, e che da allora ha tenuto puntualmente ogni anno il suo Congresso. Il primo si svolse in provincia di Lucca dal 22 al 24 luglio dello stesso 1994. La Federazione, tanto al centro che alla periferia, si dotò degli organi di democrazia formale, che sono retaggio del liberismo. Ma il nuovo soggetto politico fu presto abbandonato da chi era approdato a più munifici lidi, specie di stile aziendalista; e, dopo i primi tempi, entrò in uno stato di depressione politico-organizzativa, che tuttora permane, specialmente al centro; essa divenne luogo esclusivo della spocchiosa Sinistra liberale. Le ultime elezioni europee, le amministrative del 1995 e le ultime politiche non ne videro l’affermazione, grazie a cavilli formali e ad operazioni di bassa macelleria, perpetrate dagli ”alleati” dell’Ulivo. A Milano ne sappiamo qualcosa. A sua volta il cosiddetto Centro-Destra, esaltato da una vittoria elettorale inattesa e vistosa, perse il contatto con la realtà ed il governo del Paese. Del resto, le vittorie vanno coltivate, opera impossibile senza una classe politica. Oggi, oltre il neonato P.L., i gruppi e i gruppuscoli che utilizzano l’aggettivo liberale non si contano più; per non parlare dei più grossi partiti, che si fregiano in maniera indebita dello stesso termine politico. Sulla scadente qualità di questo liberalismo basti ricordare una predica domenicale di Einaudi: “L’adesione unanime al principio significa dissenso effettivo ed altrettanto unanime”. Questo scrivevo su Nuove Sintesi, n.1 maggio 1998.
Non tutti possono dirsi liberali, senza stravolgerne il senso. Un partito liberale di massa è un falso storico.
Oggi
Che fare, dunque? Semplice: tutti i liberali sappiano, insieme, individuare un terreno di confronto metapolitico, vale a dire culturale, in attesa che la volontà degli uomini e la oggettiva situazione politica italiana creino le condizioni di chiarezza, indispensabili per riorganizzare le forze e le energie disperse. Non sarà né facile né conveniente scalare l’erta che ci sta davanti, ma questa è l’unica strada degna della nostra storia e del nostro futuro.
Prevengo l’obiezione e la domanda: se, nel frattempo, si debba o no “fare politica”; la risposta è fin troppo ovvia: si deve essere presenti e propositivi in campo politico, si deve essere liberali negli atteggiamenti concreti, nell’esercizio delle proprie responsabilità, per arrivare alla costituzione di un Partito Liberale Italiano, che sia erede di quello fondato a Bologna l’8 ottobre 1922, senza il quale la vita politica del Paese sarà zoppicante e rassegnata al grigiore ed alla incompetenza; stordita dal potere della politica per immagini e annunci, priva di sostanza, ormai da una quarantina d’anni. Ognuno deve esercitare quel diritto di critica, che oggi è soltanto un artifizio retorico, affinché il governo del Paese non si faccia più regime di quanto già non sia. In ciò fondamentale rimane il ruolo della stampa, che deve dare a tutti voce e spazio, per sostenere questa pedagogia politica.
Gli italiani non si sono nutriti e non si nutrono solo di pane e nutella.
Forza Italia si è ridotta a chiedere minuzzoli e molliche, come Berlusconi nel suo ventennio aveva preteso da chiunque. Nutella finita.
La mia proposta di riunire i liberali sotto l’antico simbolo fu considerata assurda dai liberali benpensanti.
Motivo: avendo costoro trovato ricetto altrove, per conservare il proprio scranno, se ce l’avevano; o guadagnarselo, passando in partiti monocratici e cosiddetti democratici, se non l’avevano.
Mentre la mia proposta di partito veniva snobbata, nasceva un simulacro di PLI, per iniziativa di un ex parlamentare PLI, poi ex F.I., poi ex non so che … Fallimento elettorale conclamato.
Anche nelle politiche del settembre 2022 sono apparse liste liberali, fallite anch’esse; chi sono?
Il 19 giugno 1998 con pochi Amici, fondai l’Associazione Dei Liberali, con atto notarile.
L’Art. 2 dello Statuto recita:
“Finalità. L’Associazione non ha finalità di lucro.
Essa è costituita da cittadini che si propongono di far valere nella vita politica il principio e il metodo delle libertà, quale supremo regolatore di ogni attività pubblica e privata. Essa intende raggiungere i propri fini culturali e politici attraverso l’elaborazione e la diffusione dei principi e delle mentalità liberali adottando in ogni caso il metodo della libera discussione e della critica propositiva.
Gli aderenti all’associazione si impegnano ad attenersi alle decisioni della maggioranza, purché non ledano il principio della libertà.
L’Associazione Dei Liberali fa propri i principi del “Manifesto liberale di Oxford del 1967”, dell’”Appello di Roma dell’Internazionale Liberale del 1981” e del documento “La società aperta”. Adotta il simbolo della bandiera tricolore rigida sormontata dalla scritta “Liberali europei”, su fondo azzurro”.
Mi dissero che non serviva. Infatti: dopo ne spuntarono altre come funghi, che, pare, anche oggi sopravvivano. Per esempio:
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i Liberali;
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Competere;
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Destra liberale;
-
Lodi Liberale;
-
Associazione Liberal Forum, ultima nata.
Operava ed opera, a Palermo, l’Associazione “Agorà Liberale”, che svolge un significativo ruolo culturale e politico; così come La Scuola di Liberalismo, a Roma.
Il 26 novembre 2022 il Liberal Forum in un documento afferma: occorre formalizzare un “Decalogo politico di liberalismo”.
Il 2 e 3 dicembre 2022 il Liberal Forum ha tenuto il suo Congresso a Milano. Del Decalogo non abbiamo notizia. Il Liberal Forum ha scelto Calenda e Renzi, cioè il “nulla politico” Constatata la rottura tra i due “nulla politico”, il 17 aprile 2023 il Liberal Forum diffonde un comunicato stampa, che comincia così:
“Il Liberal Forum sostiene con fermezza e convinzione l’appello di Costa (Azione) e Marattin (Italia Viva) per un’immediata ripresa del confronto nell’area liberal democratica per la costituzione del partito unitario dei liberali e riformisti”. Abbiamo visto, anche di recente, come vota il Terzo Polo.
I liberali passano dall’abbraccio mortale con F.I. a quello con Calenda e Renzi.
Benedetto Croce: “Vorrei che quelli che si determinano ad iscriversi al Partito liberale facessero in quest’atto una seria meditazione su questo punto: che cioè il liberalismo ha una singolarità, che è l’unico partito di centro che si possa pensare. Per questa
ragione esso non può dividersi in una destra e in una sinistra, che sarebbero due partiti non liberali. Naturalmente il Partito liberale esaminerà e discuterà sempre provvedimenti di sinistra e di destra, di progresso e di conservazione, e ne adotterà degli uni e degli altri, e, se così piace, con maggiore frequenza quelli del progresso che quelli della conservazione. Ma non può celare a se stesso questa verità, che la libertà si garantisce e si salva talora con provvedimenti conservatori, come tal’altra con provvedimenti arditi e perfino di progresso”. Dicembre 1951
Nulla da spartire con l’attuale vuoto al Centro, che si dimostra sempre più l’interstizio nel quale tentano di inserirsi nuovi personaggi, che si autodefiniscono liberali.
Cambiare partito era un insulto all’elettore; oggi è prova di … intelligenza …
I liberali, senza casa, si sono adeguati: F.I., P.D I., liste abborracciate; ad alcuni è andata bene ad altri no, ma finché c’è vita c’è speranza!
Rimane un nucleo di incorrotti, che fa cultura; e solo quella.
I principii non si annacquano.
Domani?
Chiedete agli aruspici liberali: prevedono tutto.
Michele D’Elia - Presidente dell’Associazione Dei Liberali
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Caro Michele,
Grazie, innanzi tutto, per avere citato Agorà Liberale quale punto di riferimento per le riflessioni liberali ispirate al pensiero di Croce da Te opportunamente ricordato.
E' un errore fatale quello di voler comprimere l'idea liberale imponendole di stare dentro contenitori di destra, sinistra o centro.
Tuttavia, il come " rientrare in gioco" , impone una analisi complessa.
Volenti o nolenti, dobbiamo riconoscere che le formazioni liberali che operano in Europa e che aderiscono ad ALDE sono orientate politicamente sia a destra che a sinistra: sono tuttavia componenti strutturate, con una sicura dialettica interna fra maggioranza ed opposizione e con la consegunte possibilità di cambi al vertice, cambi che, a suo tempo, abbiamo registrato anche nel nostro P.L.I.
Qui in Italia occorrerebbe ripartire da zero, avere un Leader credibile e gradito a tutti, una Sede operativa con un responsabile organizzativo, creare delle strutture in periferia e, prima di tutto, raccogliere i fondi occorrenti per tenere in piedi il tutto oltre che per finanziare le campagne elettorali.
Di fatto, trattasi di una missione impossibile: che fare?
L'unica soluzione per l'oggi che mi pare praticabile, potrebbe essere quella di costituire una componente autenticamente ed autorevolmente liberale entro un contenitore che non sia populista o caratterizzato da accese coloriture politiche di destra o di sinistra. Escludendo i 5 stelle, ilPD, la Lega e Fratelli d'Italia, rimarrebbe da prendere in considerazione Forza Italia ed il Terzo polo contro il quale, vedo, Tu inveisci.
Riguardo Forza Italia - con o senza Berlusconi - c'è una incompatibilità che riassumo riportandomi alla sua genesi ed ad una narrazione dell'allora segretario regionale della DC siciliana il quale era rimasto sbigottito nell'apprendere che un personaggio, ritenuto dal suo Partito non idoneo alla candidatura al Consiglio Comunale di Palermo, era stato candidato da Forza Italia e subito eletto in Parlamento.
In Forza Italia la scelta delle candidature prescinde dalle capacità e segue logiche incompatibili con il nostro modo di intendere e praticare la politica.
Il terzo polo si fonda sulla credibilità di Renzi e di Calenda, e qui farei una netta distinzione.
Renzi è un soggetto imprevedibile, abituato a scorrettezze politiche e privo di quel rigore comportamentale ispirato ad etica e lealtà, al quale i Liberali danno primaria importanza.
Calenda avrebbe potuto essere un accettabile punto di riferimento per i Liberali se non avesse deciso di allearsi con Renzi e se non avesse deciso di di accettare la costituzione di un " terzo polo" che, per i motivi da Te brillantemente riassunti, è la negazione della ragion d'essere dei Liberali, abituati a tutto tranne che all'essere identificati entro un confine definito e chiuso alla possibilità di optare per scelte di destra o di sinistra secondo necessità ed opportunità.
Il progressivo imbarbarimento dei rapporti umani, agevolato da un uso massivo e poco intelligente dei social, sta creando un crescente distacco fra la parte ancora sana della popolazione e la Politica, ormai espressione emblematica di quel processo di degrado che cresce velocemente sulle ali dell'ignoranza e della superficialità.
Il 40% degli elettori che si rifiuta di andare a votare, fra i quali mi annovero, è costituito in massima parte da persone per bene, incapaci di reperire, fra i candidati, un serio, onesto, credibile, preparato punto di riferimento.
Se Calenda avesse colto il disagio che ho segnalato, implorando il ritorno all'impegno politico delle migliori personalità che operano nel Paese, non in nome di un "terzo polo" ma in nome del rispetto per la grandezza dell'impegno politico, dicendolo apertamente e guardandosi bene del fare comunella con Renzi e la sua corte, avrebbe fatto qualcosa di utile per il Paese ed avrebbe dato una qualche speranza di sopravvivenza anche per noi Liberali, magari quale componente autonoma di quel progetto.
Il Sito di Agorà Liberale ospita scritti spesso di segno opposto ma sempre sorretti da motivazioni attente e sincere, ma non è tutto: l'essere Agorà Liberale membro di diritto del Movimento Europeo, grazie all'interessamento di Valerio Zanone e di Beatrice Rangoni, mi ha dato il pesante fardello del pagamento del costo annuale d'iscrizione che da oltre 10 anni sostengo personalmente, ma mi ha dato anche l'opportunità di designare 4 componenti l'Assemblea scegliendoli in autorevolezza, e, fortunatamente, ricevendo tanta disponiblità.
So che anche Tu ti sacrifichi e sostieni spese non indifferenti: Ti prego di andarne orgoglioso perchè la traccia di un serio impegno politico, oggi più che mai, la si lascia fuori dal Parlamento.
Troverai la Tua lettera e questo mio riscontro nella prima pagina di Agorà.
Un abbraccio,
Pasquale Dante
SALVATORE VALITUTTI
" La riforma intellettuale e morale degli Italiani" ( F. De Sanctis, Ministro della Pubblica Istruzione del Regno d'Italia del 1861) fu il concetto al quale si ispirò Valitutti.
Da sempre il Partito Liberale Italiano e, più in generale, i liberali, riconoscono il posto d'onore alla scuola ed alla cultura, perché sono il fondamento di ogni libertà, prima fra tutte la libertà di pensiero.
Salvatore Valitutti ha illustrato questo nostro carattere, con la parola, con gli scritti e con l'azione, accanto a Luigi Einaudi, Benedetto Croce, Gaetano Martino, Alberto Giorno, Guido Sasso e V.E. Alfieri.
Valitutti, del pianeta scuola, spesso ignoto nella sua interezza anche a chi lo vive nel quotidiano, sapeva praticamente tutto, perché vi aveva ricoperto incarichi e funzioni da Provveditore agli studi di Mantova, a docente, a Rettore dell'Università per stranieri di Perugia, a Sottosegretario e poi Ministro della Pubblica Istruzione.
Di pari passo procedeva il suo impegno politico nel PLI per la scuola: sempre responsabile dell'Ufficio scuola, ne tracciò il carattere, tanto da renderlo un luogo di riferimento anche per i partiti più potenti.
La riforma della secondaria lo trovò strenuo oppositore, tanto da definirla, così come concepita, "Una Riforma impossibile", che è anche il titolo del libro in cui ne tratta, edito da "L'Opinione" nel gennaio del 1983. E' un libro bianco, annunciato nel luglio del 1982, in occasione del voto contrario del PLI al progetto di riforma della secondaria, che si andò arricchendo di vari contributi, che richiamavano -già allora -anche la necessità di riformare il Ministero della Pubblica Istruzione.
A pag. 46 del volume, che è anche la storia travagliata della Riforma, dal Convegno di Frascati del maggio 1970, ad allora, viene illustrato un concetto generale, che spiega senza saperlo né volerlo, anche i limiti della riforma dei cicli voluta dal Ministro Berlinguer (ed ora Moratti, ex opposizione al governo), ma non sufficientemente ostacolata dalle cosiddette opposizioni: "Quando si suddivide una scuola unitaria (vedasi la p.d.l. liberale a firma Malagodi del 31.5.1984, citata nelle lezioni del 1999) in aree e poi si suddividono le aree in indirizzi come fa il presente progetto (n. 120/A) è inevitabile cadere in un certo grado di arbitrarietà. Perché 4 aree e non 3 o 5? Perché 16 indirizzi e non 15?….
Con ciò non si vuole rifiutare l'atteggiamento empirico, bensì ammonire il ricercatore dell'assoluto a tener ben presente l'inevitabile grado di arbitrarietà che c'è nelle decisioni che toccano la materia empirica. .
Si è ceduto allo spirito di geometria che è sempre uno spirito assoluto, quando si è voluto mettere l'area artistica allo stesso piano delle altre tre aree, linguistico-letteraria, scienze sociali e naturalistica, matematica e tecnologica. L'istruzione artistica è un'istruzione atipica che non si può costringere nel letto di Procuste dell'ordinamento scolastico generale. Persino i Russi... sanno rispettare e rispettano l'atipicità dell'istruzione artistica... Le riforme scolastiche si fanno assai più con "l'esprit de finesse che con l'esprit de geometrie".
Oggi lo spirito del governo è solo utilitaristico e commerciale, cioè miope. È evidente, anche qui, la sensibilità del liberalismo verso una visione che lasci al singolo la responsabilità delle proprie scelte di vita; libertà della quale la scuola dovrebbe essere garante e maestra, attraverso l'affinamento degli strumenti propri i del giudizio critico.
Già nel 1970 Valitutti -relatore di minoranza nella Commissione Biasini- all'indomani del Convegno di Frascati, opponendosi alla cosiddetta "scuola comprensiva", che Berlinguer è riuscito -in parte -ad attuare, aveva affermato: "La commissione ha rischiato di disegnare una specie di città del sole della nostra scuola nel settore secondario superiore astraendo dalle condizioni effettive in cui i modelli o le ipotesi elaborate e predisposte debbono attuarsi ed operare... questa operazione razionalizzante non può e non deve aver luogo prescindendo del tutto dalla considerazione realista delle condizioni di fatto in cui bisogna realizzare il disegno prescelto" (Op. cit. pag. 103).
Più avanti Valitutti muove un'altra critica "alla posizione puramente teorizzante che emerge dal suddetto documento"; essa riguarda "l'omissione di ogni accenno sia pur vago e indiretto al costo finanziario della riforma". (pag. 104)
Valitutti ricorda, sempre a pag. 104, l'articolo di Giovanni Gozzer pubblicato dal settimanale "Sette Giorni" n° 225 del 3 otto 1971, intitolato "Il genio del compromesso"; in cui l'Autore, fra gli ostacoli che si oppongono "all'ipotesi della scuola comprensiva" menziona il valore legale dei titoli di studio, al quale da sempre i liberali sono contrari. (Si rinvia sull'argomento alla relazione '99, capitolo dedicato a Einaudi).
Tuttavia per la qualità della scuola oggi, con la cosiddetta scuola della Autonomia, più apparente che sostanziale, ci pare giunto, per i liberali, il momento di riprendere questa battaglia.
Consideriamo la concretezza di un fondamento del pensiero liberale: la qualità della scuola, che discende dalla qualità dei contenuti e dell'insegnamento impartito in ciascun istituto e non dal semplice valore legale del diploma.
In diritto allo studio, Gaetano Salvemini nel famoso articolo "Il diritto di essere ignoranti" afferma tra l'altro: "Noi non riusciremo mai a sapere tutto, nemmeno nel campo della coltura professionale... Le lacune nella sua coltura, (n.d.r. dell'uomo) tanto generale quanto professionale, rimarranno sempre enormi. Quello che un uomo riesce a imparare e quello che non saprà mai, stanno tra di loro come il finito sta all'infinito, vale a dire che la nostra conoscenza finita rispetto alla nostra ignoranza infinita sarà sempre uguale a zero.
Noi stentiamo ad ammettere, per noi come per gli altri, la necessità di essere ignoranti intorno a un numero infinito di cose. Tormentiamo noi stessi e il prossimo perché non abbiamo né il coraggio né l'umiltà di riconoscere che la nostra capacità di imparare è e sarà sempre limitata, e che, stando così le cose, tanto gli altri che noi abbiamo il diritto di essere e di rimanere ignoranti su un numero infinito di cose."!
Un altro grande tema sociale impegnò le energie del Senatore: "Il diritto allo studio". Il suo pensiero è sintetizzato nel volume proprio così intitolato, edito da Armando nel primo semestre del 1977 -nella collana "Controcampo".
A noi interessa la qualità e non la quantità del diritto allo studio questione spinosa ed insoluta, nonostante le provvidenze di diversa forma, dal cosiddetto presalario all'assegno d'esame, le 150 ore ed oggi il buono scuola, varato con la L. R. n. 1 del 5.1.2000 dalla Regione Lombardia.
Come si ricorderà, il diritto allo studio, ben presto in Italia con l'estensione all'obbligo scolastico sino alla licenza media 14 anni (ed oggi a 15) primo anno delle superiori, divenne nei fatti il diritto alla promozione sicura, al pezzo di carta; e con ciò tale diritto perdeva sostanza e valore, a danno proprio delle classi più deboli.
Contro tale costume si pronuncia Valitutti, ricostruendo la storia di questo pur inalienabile diritto.
A pag. 25 del volume citato, nel cap.: -Lo studio come diritto e come dovere -egli scrive: "L'obbligo dello Stato moderno di apprestare istituti e mezzi per l'istruzione dei fanciulli e dei giovani sorse sul fondamento del riconoscimento del diritto dei cittadini alla istruzione come mezzo necessario per l'effettivo esercizio dei diritti di libertà e di uguaglianza. Tuttavia proprio a cagione della latitudine del concetto di libertà come attributo dell'uomo non fu sancito subito anche l'obbligo dei cittadini di istruirsi.
L'obbligo dello Stato di istituire scuole ebbe come suo presupposto il diritto dei cittadini di pretendere che le scuole fossero istituite per frequentarle, ma non l'obbligo degli stessi cittadini di frequentarle. Fu una posizione giacobina quella dalla quale si poterono costringere e, in effetti, si costrinsero i cittadini a diventare liberi obbligandoli a frequentare almeno la scuola primaria ritenuta liberatrice.
Con l'istituzione dell'obbligo scolastico come obbligo dei cittadini avviene il passaggio della libertà negativa alla libertà positiva, cioè dalla libertà come mero diritto alla libertà come processo di autorealizzazione degli individui."
Da ciò discende che l'art. 34 della Costituzione "non sancisce un vero e proprio diritto allo studio, come - ad esempio -il diritto al lavoro... la Costituzione si limita a garantire il diritto dei capaci e meritevoli, privi di mezzi, a raggiungere i gradi più alti degli studi... per il lavoro il diritto precede il dovere, in quanto tutti hanno bisogno di lavorare, mentre per lo studio il dovere precede il diritto, perché al di là della scuola dell'obbligo, alcuni scelgono ed altri non scelgono di studiare, almeno scolasticamente." Egli così conclude: "Il diritto allo studio è perciò diritto ai mezzi per poter studiare, diritto obiettivamente garantibile e garantito solo a chi dimostri di aver volontà e capacità di studiare e sia privo dei mezzi stessi" (Op. cit. pagg. 26-27).
Coerentemente, dunque, per la concezione liberale, soltanto l'impegno intellettivo costante può elevare l'uomo; può formare con rigorosa disciplina i giovani titolari di quel diritto prima di ogni altro.
Ed è -soprattutto -una libertà positiva, una scelta, libera, di chi vuole almeno tentare di essere artefice di se stesso per mezzo degli studi.
Per questo -nella realtà quotidiana della scuola -non può legittimamente realizzarsi un diritto automatico al diploma, nell'interesse stesso dello studente.
Né va dimenticato il conflitto anche artificiosamente creato, tra l'insegnamento pubblico e quello privato, anzi libero.
Sullo spinoso contrasto Valitutti a pag. 52 del volume sopra citato, così si esprime, dopo aver riassunto i termini della questione: "... I buoni-alunno si potrebbero istituire non solo senza danno ma con vantaggio per la serietà degli studi solo in un sistema in cui i titoli di studio non avessero valore legale. In un sistema come quello che vige in Italia i buoni- alunno scatenerebbero la gara per il diploma più facile".
La Regione Lombardia, con la L.R. 5.1.2000 n. 1 ha forzato i tempi di questo progetto e noi- non contrari né entusiasti ma potenzialmente favorevoli -attendiamo gli effetti della norma sul livello degli studi e sul funzionamento generale della scuola libera. In definitiva, lo Stato non è concepito dai liberali quale Stato etico, che pretenda di inculcare una religione, un credo politico o una specifica istruzione, "ma ha il dovere con le sue istituzioni scolastiche di educare tutti i cittadini ad una libera socialità, di formare il senso civico, l'indispensabile patriottismo civile.
E tutti sappiamo quanto l'Italia ne abbia bisogno". (Paolo Bonetti in "Critica liberale", vol. 111, n.3, settembre 1996).
Aggiungo che oggi si deve necessariamente avviare da parte della scuola privata e della scuola statale una fase di reciproca conoscenza e rispetto, perché entrambe, integrandosi, i possano costituire un armonico sistema d'istruzione nazionale.
Valitutti Ministro della Pubblica Istruzione
La mia esperienza di Ministro (agosto 1979 -aprile 1980): "Una delle più dure esperienze che ho dovuto soffrire subito come Ministro della Pubblica Istruzione è stata quella dello scarso grado di agibilità dello strumento amministrativo a mia disposizione. In questi anni l'organismo della scuola si è molto dilatato e complicato, e l'amministrazione, i cui atti ne condizionano il funzionamento, è diventata sempre più impari ai suoi compiti. Si sono aumentati gli organici del personale sia al centro che in periferia, ma ciò non è stato sufficiente. Neppure il largo trasferimento di funzioni dal Ministero ai Provveditorati agli studi ha reso più agile lo strumento amministrativo. Si è alleggerita la mole delle
funzioni del Ministero e si è appesantita quella delle funzioni dei provveditorati agli studi, con l'effetto finale e complessivo di rallentare e complicare ulteriormente l'azione amministrativa." (In "Otto mesi alla Minerva" pag.l7)
Altro cardine del liberalismo è il corretto funzionamento delle istituzioni.
Divenuto Ministro, Valitutti si preoccupò in particolar modo di curare il funzionamento della macchina amministrativa del Ministero, peraltro a lui già nota, essendo stato Provveditore agli Studi di Mantova, nominato da Giuseppe Bottai.
Dall' esame della situazione, egli maturò la convinzione che fosse necessario indire la prima Conferenza Nazionale della Scuola su "Finalità, problemi e organi della partecipazione scolastica in un ordinamento democratico". Roma, 6-7-8-9 febbraio 1980.
Per la prima volta si organizzò una assemblea nazionale sul tema della partecipazione alla vita della scuola, alla quale presero parte docenti, dirigenti amministrativi, presidi, studenti, forze politiche e e sindacali.
Tra l'altro, nel suo lungo e originale intervento, il Ministro disse: "L'Occidente è sorto e si è sviluppato in quest'ultimo trentennio un ampio e vario moto di pensiero sul problema della partecipazione nella scuola, sorto in dipendenza sia della nuova condizione giovanile, sulla quale tra poco mi soffermerò, e delle nuove responsabilità spettanti alla scuola nelle società industrializzate avanzate. In Italia questo moto di pensiero non ha avuto significativi svolgimenti. Forse, come ho già detto, gli organi collegiali istituiti nel 1974 ed entrati in azione nel 1975 costituirono un esperimento tanto più audace quanto più inserito in un sistema predisposto e propenso per le sue caratteristiche istituzionali, a rigettarlo o ad emarginarlo. Concependo e progettando questa conferenza, si è voluto anche fare il tentativo di ricongiungerci all'anzidetto moto di pensiero, collocando questo nostro particolare problema nell'unità della scuola europea, oltre che apprestare una sede adatta per una riflessione approfondita ed unitaria sulla esperienza quinquennale che si è fatta in Italia dell'azione degli organi collegiali creati ed attuati tra il 1975 ed oggi. Debbo confessare che personalmente, tra il 1973 ed il 1974, non fui tra i relatori di tali organi, ma non mancai di suggerire, anche attraverso scritti, buona volontà nell'applicarli, una buona volontà nutrita di coraggio, di saggezza e di pazienza.
Purtroppo i più recenti avvenimenti hanno dimostrato che non abbiamo voluto avere pazienza. Dico che non abbiamo voluto avere pazienza, per significare, che, almeno alcuni di noi, hanno preteso di gettare tutto al macero una esperienza quinquennale, senza interpretarla, senza neppure utilizzarla con i materiali di studio.
Nel rifiuto degli organi collegiali c'è stata una certa misura di volubilità irrazionale" (pag. 5 e 6 dell'Intervento).
Più avanti:"E' da questo bisogno di trasformazione che nasce il problema della partecipazione che va risolto fronteggiando ed eliminando due gravissimi pericoli, quello di concepire e trattare i discenti come controparte dei docenti e di concepire e trattare i docenti come controparte dei discenti; secondo, quello di svuotare la scuola dei suoi contenuti culturali, con la pretesa di farla servire alla educazione sociale dei giovani. Per vincere questi due pericoli, bisogna tenere presente che la conflittualità che è propria della fabbrica non è trasferibile nella scuola, dato che in questa non ci possono essere datori di lavoro; e dall'altra, il volere ridurre la scuola ad uno strumento di educazione sociale significa vanificarla come scuola e trasformarla in sede di duellanti indottrinamenti politico-ideologici. Mi sembra di potere e di dovere dire che nel dibattito che attualmente si sta svolgendo nel nostro paese sulla riforma degli organi collegiali, nella scuola non sia sufficientemente chiara, viva e diffusa la consapevolezza di questi due gravissimi pericoli.
Come vi ho detto, la spinta a porsi il problema della partecipazione nella scuola proviene anche da fattori oggettivi che sono da rintracciare nel tipo stesso della richiesta che la società industriale avanzata di oggi fa alla scuola, rivolge alla scuola, sollecitandola sempre più a corrispondere alle sue esigenze tecnico-professionali. La società industriale è una società densamente tecnico-professionale.
La scuola è chiamata a trasferire sempre più la sua opera nella attualità. Le si chiede di aprirsi di più alla vita e perciò di parteciparvi. Non si può dire di no neppure a questo invito, ma difendendo in modo coerente l'irrinunciabile continuità, il valore della irrinunciabile continuità storica del pensiero umano, da cui si alimenta indispensabilmente la scuola" (pag. 15 e 16 dell'Intervento).
Prosegue e conclude:"La riforma che dovremmo perciò affrontare sarebbe in primo luogo una riforma costituzionale. Infatti il comma secondo dell'articolo 33, che è giusto che noi rileggiamo, esattamente recita: -La Repubblica detta le norme generali sull'istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Proprio non riesco a vedere come una autorità locale, quale che essa sia, possa istituire scuole statali. Se vogliamo perciò conservare la nostra Costituzione ed insieme non violarla, dobbiamo necessariamente ricercare i modi più convenienti - e questa ricerca non è ulteriormente differibile -dobbiamo ricercare i modi più convenienti di riformare la nostra amministrazione scolastica sul presupposto che la scuola resti statale. Possiamo anche decidere di cambiare la Costituzione, se vogliamo costruire un sistema diverso; ma, appunto, dobbiamo sapere che per costruire un sistema diverso, dobbiamo affrontare la riforma dell'articolo 33 della nostra Costituzione.
Signore e Signori, a questo punto desidero concludere leggendovi il brano di una lettera di un anonimo lettore ad una rivista scolastica, pubblicata qualche mese fa. La lettura di questo brano mi ha molto interessato e spero possa interessare anche voi, come conclusione di questo mio saluto augurale.
Ecco che cosa dice esattamente il brano. C'è una richiesta precisa di dare fondamento culturale alle scelte di scuola nuova fatte tempo addietro; c'è il richiamo continuo ad uscire dalla rassicurante ripetizione di slogan, per verificare che cosa c'è dietro. C'è la voglia di fare della scuola un luogo dove si possa finalmente studiare; siamo in una fase nella quale stanno affiorando valori nuovi, diversi da quelli di un tempo, e diversi, anche, da quelli sognati negli anni del '68. E' tempo di guardare intorno a noi, con la voglia di vedere quello che effettivamente c'è e non alla ricerca di quello che ci piacerebbe trovare, chiudendo gli occhi proprio perché non lo troviamo. Mi pare che sia ora di crescere. Non serve a nessuno rimanere eternamente adolescenti.
Anch'io, Signore e Signori, penso che non serve a nessuno rimanere eternamente adolescenti. Tutti sentiamo oramai il bisogno di crescere. Ora che abbiamo riconquistato la chiarezza di questo bisogno, commetteremmo un grave, forse irrimediabile errore, non andando avanti nella nostra volontà di crescere, ma cedendo alla nostalgia alla nostra adolescenza, pur se questa deve rimanere cara nel nostro ricordo" (pag. 20-21-22 dell'Intervento).
Due anni dopo, non più ministro, ma sempre ispiratore della politica scolastica del PLI e del Paese, Valitutti propose al Partito di organizzare la Conferenza Nazionale della Scuola del PLI, a Roma il 25 e 26 maggio 1982.
In questa egli tenne la relazione sul tema: "La Riforma della amministrazione scolastica". Disse tra l'altro: "Resistendo al timore di essere incolpato di voler cercare nella Costituzione anche quello che non c'è, come sovente accade, io oso ritenere che nel suo art. 33, che fissa i principi regolativi dei rapporti tra Stato e scuola si dovrebbe amministrare in forza del tipo degli anzidetti rapporti. Credo che si possa dire che l'art. 33 si collocò nell'ottica dell'amministrazione detta napoleonica, cioè dell'amministrazione nell’ottica dell'amministrazione della scuola attuata da organi statali, centrali e periferici. Infatti, il predetto articolo, premesso che l'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento, dice:
l°) che la Repubblica detta le norme generali sull'istruzione ed istituisce scuole statali di ogni ordine e grado;
2°) che enti e privati hanno il diritto di istituire scuole senza oneri per lo Stato e che la legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni delle scuole statali;
3°) che è prescritto un esame di Stato per l'ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l'abilitazione all'esercizio professionale.
Ci fu chi motivò il voto contrario all'approvazione dello art. 33 con riferimento alla norma relativa all'esame di Stato, ritenuta confermativa del precedente ordinamento amministrativo.
Lo stesso art. 117, includendo espressamente l'istruzione artigiana e professionale fra le
materie nelle quali le Regioni emanano norme legislative nei limiti dei principi fondamentali stabiliti dalle leggi dello Stato, conferma questa interpretazione. L'art. 118 specifica che spettano alle stesse Regioni le funzioni amministrative nelle suddette materie. E' vero che per il medesimo articolo lo Stato può delegare alle Regioni l'esercizio di altre funzioni amministrative delegabili quelle assegnate allo Stato espressamente dalla stessa Costituzione.
Altre norme Costituzionali comprese negli Statuti di alcune Regioni ad ordinamento speciale espressamente prevedono la competenza legislativa delle Regioni stesse in alcuni rami della Pubblica Istruzione. Ad esempio lo statuto della regione siciliana del 1946 prevede la legislazione esclusiva di quella regione in materia d'istruzione elementare. Vero è che quella norma non si è finora attuata, e non credo per volontà dello Stato ma essa ancora esiste nel nostro ordinamento. Anche queste norme costituzionali confermano che le scuole istituite dallo Stato, ai sensi dell'art. 33, sono amministrabili dagli organi dello stesso Ente che le disciplina legislativamente e le istituisce (pagg. 1-2 della Relazione)."
"... Entro questo quadro costituzionale inequivocabilmente segnato, e sostanzialmente accettato da tutte le forze politiche che avevano voluto la Costituzione partecipando alla sua elaborazione, persino da quelle che più tenacemente nella loro battaglia storica contro il cosiddetto statismo scolastico dello stato liberale prefascista si erano battute per l'autonomismo scolastico anche sul piano dei congegni amministrativi, non tardò a porsi il problema della riforma dell'amministrazione della scuola ma come problema di agilità e funzionalità dei suoi strumenti operativi via via che questi strumenti cominciarono a rilevare la loro impotenza e imprecisione nella realtà di una scuola cresciuta fisicamente al di là dei limiti della loro oggettiva idoneità a padroneggiarla.
Si produsse ad un certo punto una sproporzione, e questa sproporzione andò via via allargandosi, tra le obiettive possibilità dello strumento amministrativo a dirigere, per la parte spettantegli, la scuola, e le esigenze della scuola stessa troppo cresciuta in relazione alle suddette possibilità. Si notò e riconobbe che lo strumento amministrativo era stato concepito e forgiato per l'amministrazione di una scuola con ristrette dimensioni e che lo strumento stesso era divenuto largamente inagibile in rapporto ad una scuola che aveva raggiunto dimensioni di massa "(pagg. 2 e 3 della Relazione).
"Per vincere la sproporzione... si aumentarono gli organici sia al centro che alla periferia e soprattutto si premé sul pedale del decentramento amministrativo trasferendo via via non poche funzioni amministrative del Ministero della P. I. agli organi periferici e soprattutto ai Provveditorati agli Studi, ma seguendo non il metodo classico del decentramento che parte dalle unità periferiche più elementari e le rivitalizza e sale poi via via verso il centro bensì il metodo opposto, quello cioè che parte dal centro e scende via via verso la periferia. Certamente con questo metodo si sono trasferite non poche funzioni dagli organi centrali a quelli periferici, ma il risultato maggiore e più vistoso è stato quello di trasferire l'accentramento da Roma nelle sedi provinciali. Quest'accentramento è diventato ossessivo in quelle sedi nelle quali il fenomeno dell'urbanizzazione ha più addensato le popolazioni. Noi oggi abbiamo i Provveditorati agli Studi di Milano, di Roma, di Torino, di Napoli che non hanno più fattezze umane e che hanno raggiunto un alto grado di ingovernabilità in una situazione nella quale le circoscrizioni provinciali dei Provveditorati agli Studi sono rimaste invariate e in cui non si è tenuto presente che decentrare funzioni amministrative già accentrate poteva avere un effetto realmente decentrante in una piccola provincia ma che decentrare le stesse funzioni in province già popolose e divenute per l'urbanesimo sempre più popolose non poteva trasferire che l'accentramento, con la conseguenza non di accelerare ma di ritardare ulteriormente i procedimenti amministrativi (pag. 4).
Abbiamo fatto l'esperienza che non si è sbagliato nel ricercare i rimedi della direzione nella quale si sono ricercati ma che si è sbagliata la scelta dei singoli rimedi. Dobbiamo riconoscere che si è andata via via creando una situazione di .crisi sempre più grave e che la crisi dello strumento amministrativo si è ripercossa e si ripercuote nella vita interiore della scuola ed è perciò diventata un momento ed un aspetto della stessa crisi della nostra amministrazione scolastica"(pagg. 4 e 5).
"... Se ho privilegiato questa causa citando come prima nella mia esposizione, è solo perché di essa solitamente si parla ed è certamente la più appariscente. Ma ci sono almeno altre due cause che bisogna menzionare, di cui una minore e l'altra maggiore.
La prima di tale causa va ricercata in un certo tipo di legislazione scolastica prevalsa in questi ultimi lustri nel nostro Paese con un ritmo ed un andamento obiettivamente schizo- frenici -absit iniura verbis -per la tutela di diritti e interessi di gruppi di insegnanti e di addetti alla scuola. Si è sviluppata una specie di spirale per cui le lacune e le ingiustizie di un dato provvedimento hanno determinato un provvedimento successivo inteso a colmare e a ripararle e il nuovo provvedimento ha determinato a sua volta per le stesse ragioni un nuovo provvedimento.
E' questo il perverso congegno che si pone in essere allorché si deroga nella legislazione al principio della parità dei diritti di tutti dinanzi alla legge comune e generale. Le leggi derogatorie pongono sempre la premessa di nuove leggi di deroga in una corsa senza fine. Una sì fatta legislazione che impone tempi brevi per la sua applicazione finisce con il logorare e con il rendere impotente qualsiasi strumento amministrativo.
Solitamente il nostro legislatore, specie quello scolastico, non accorda sufficiente attenzione alle possibilità e capacità dell' organo chiamato ad applicare le leggi che approva e alla misura e al modo in cui l'applicazione delle stesse leggi incide sulle qualità e sul grado di resistenza dell'organo anzi detto a perdurare nel suo essere. Si deve aggiungere che di questo tipo di legislazione protezionista più che garantista, ispirata largamente dalle forze sindacali, si richiede l'applicazione con interventi ispirati da una pregiudiziale diffidenza verso l'Amministrazione, diffidenza che finisce con il ridurne il rendimento. Ogni essere o organo demonizzato dalla sua controparte diventa non più ma meno alacre.
Questo ci ha sempre insegnato e continua a insegnarci la storia delle lotte per la libertà. Io non imputo ai sindacati di porsi come contro-parte dell' Amministrazione nella difesa dei diritti e legittimi interessi delle categorie di cui sono espressione, ma solo la costante abitudine a demonizzarla presupponendo in ogni suo comportamento una precisa volontà come il retaggio fatale di una specie di peccato originale senza accorgersi che questo è proprio il modo di svegliare questa volontà. Analizzando la legislazione anzidetta e il comportamento delle forze che premono per la sua approvazione e ne controllano l'applicazione, si ha talvolta la impressione che non gli insegnanti ed addetti esistano per la scuola e perciò i suoi alunni, ma che alunni e scuola esistano e debbano esistere per insegnanti ed addetti, pur se è vero questo modo strumentale di considerare scuola ed alunni ha finito e finisce con il danneggiare di più proprio gli insegnanti nel periodo più lungo in cui deve spaziare la loro opera. Se ciò è vero, e purtroppo i troppi casi è vero, non possiamo far ricadere soltanto sull' Amministrazione la responsabilità di quei mancamenti che più si ripercuotono nella vita interiore della scuola e la rendono più travagliata.
Anche un' Amministrazione che disponesse di migliori strumenti operativi sarebbe largamente impotente nell'attuale situazione in cui il funzionamento della scuola non è separabile dal funzionamento delle altre istituzioni. Mi spetta di aggiungere che la scuola italiana è (pagg. 5-6) probabilmente la sola scuola in Europa che da anni vive e soffre il dramma (!) dell'inizio dell'anno scolastico che non riesce a decollare se non dopo alcuni mesi durante i quali o gli alunni restano senza alcuni insegnanti ovvero assistono al rapido passaggio di molti insegnanti.
La colpa di questo dramma si è fatta e si fa normalmente ricadere sulle manchevolezze e negligenze dell' Amministrazione, e non si sospetta neppure che la vera causa e da ricercare in leggi approvate dal Parlamento che hanno stabilito termini e fissato procedure il rispetto delle quali rende fatale e ripetitivo il lamentato ritardo che ha tanto inciso ed incide sull'autorevolezza morale della scuola. (pagg. 6-7)
La terza causa è certamente quella che è emerso ed emerge di più nei dibattiti che più recentemente si sono svolti sul problema della riforma della nostra amministrazione scolastica e che prevedibilmente avrà sempre più peso nel prossimo avvenire in cui si vuole effettuare lo sforzo per uscire dalle presenti difficoltà. Essa è definibile come la incertezza sopravvenuta nella stessa concezione del tipo di rapporto intercorrente tra scuola e società nel nostro Paese. Questa incertezza ha investito e investe il rapporto esistente un rapporto, avente le sue radici, come già detto, nella stessa Costituzione, e mediato, per le scuole statali da organi amministrativi dello Stato, che istituisce le scuole stesse. Da questo tipo di rapporto mediato si vuole giungere ad un tipo di rapporto immediato tra scuola e società, pur se finora da parte di nessuno si individua esattamente la vera società alla quale la scuola dovrebbe immediatamente congiungersi saltando la mediazione statale.
Il 30.7.1973 si approvò la legge delega n. 477 , sullo stato giuridico del personale della scuola che previde e prefigurò gli organi collegiali di governo della scuola. In applicazione di tale legge fu emanato il 31.5.1974, il D. D. n" 416, che ha istituito e riordinato gli organi anzidetti e si continua a dire che con la istituzione di tali organi, si è inaugurata la gestione sociale della scuola e perciò si è avviato il processo che deve stabilire il nuovo rapporto tra scuola e società caratterizzato dalla sua immediatezza.
Senonché quando si ricerca la natura della società fatta entrare nella scuola con la istituzione degli organi collegiali si rileva che si tratta di una società molto corporativa, che è quella dei suoi attuali insegnanti, dei suoi presenti alunni e dei loro genitori (pagg. 7-8).
E' una società fluttuante e passeggera e comunque non è la società alla quale apparteniamo tutti, anche chi come me non è attualmente insegnante, né alunno né genitore di alunni che presentemente a scuola.
Io che sono cittadino a Roma mi sento rappresentato dal sindaco, della giunta e dal consiglio comunale di Roma perché ho partecipato con il mio voto all'elezione democratica di questo consiglio. (pag. 8)
Ma non mi sento rappresentato da nessuno dei consigli di Istituto presenti e operanti nel comune di Roma pur sentendomi cointeressato alla vita e all' attività della scuola come pubblica istituzione finanziata anche con l'introito delle imposte che io pago allo Stato. Quello che rende estremamente difficile sviluppare in modo fruttifero l'attuale dibattito sulla riforma dell' amministrazione della nostra scuola è proprio la indeterminatezza del concetto di società con cui la scuola dovrebbe stabilire un più diretto rapporto.
Quando si tenta di abbracciare questo inafferrabile fantasma della società si finisce con l'abbracciare non la vera società di cui tutti siamo membri ma solo la corporazione scuola, come corporazione degli insegnanti, alunni e genitori. Mi piace citare a questo punto quello che scrisse un testimone insospettabile come l'ex Ministro della P.I. Luigi Gui, appartenente al partito nel quale la spinta al restringimento corporativo della società alla quale la scuola dovrebbe connettersi sembra avere le più forti radici storico-culturali. Luigi Gui scrisse esattamente nel 1975: "La scuola italiana si è costituita e sviluppata sulla base dell'impostazione che si usa chiamare napoleonica. Si tratta, cioè, di una scuola promossa dallo Stato come apparato e perciò centralizzata e gerarchica, finalizzata al rilascio di titoli e diplomi concessi e garantiti dalle autorità statali, e pertanto conseguiti su programmi e secondo ordinamenti e controlli dalle medesime predisposti. II suo collegamento con la società civile è concepito mediato: appunto attraverso l'intervento dell'apparato statale." (pag. 8).
Valitutti parlò -insomma -da amministratore severo, ma cosciente che non si discuteva solo di denaro ma soprattutto di intelligenze giovanili, ed a queste lo Stato doveva rivolgersi.
Il testo della relazione, dunque ricco di spunti e di proposte, parte dall'esame dell'art. 33 della Costituzione, lo statuto della Regione Sicilia del 1946 e la stessa forma assunta dal tipo di amministrazione della scuola statale, ma precisa Valitutti a pag. 2 della Relazione: "La verità è che il Costituente non si pone neppure il problema della prefigurazione di un tipo di amministrazione della scuola statale differente da quello posto in essere nella stessa formazione storica della scuola italiana, tipo di amministrazione che lo stato liberale aveva via via costruito e di cui il fascismo aveva mantenuta intatta la struttura fondamentale introducendovi alcuni meccanismi e procedimenti più autoritari.
Sembrò che bastasse sopprimere quei meccanismi per restituire quella struttura alla sua purezza originaria, caratterizzata da un tipo di rapporto tra scuola e società, mediato, per cosi dire, da uno specifico apparato amministrativo statale, ridivenuto responsabile attraverso il Ministro della P.I., vertice del sistema, verso il Parlamento, eletto periodicamente dal popolo ed esclusivamente competente in materia di legislazione scolastica, tranne le eccezioni sopra specificate.
Egli conclude: "Bisogna sapere preliminarmente se si vuole serbare questo tipo di Stato oppure lo si vuole modificare. Bisogna aver chiara questa idea per subordinare non la scuola allo strumento amministrativo ma lo strumento amministrativo alla scuola e alle sue irrinunciabili esigenze" (pag. 29 della Relazione).
Sul punto ricordiamo anche il Quaderno n° 6 stampato dalla Direzione provinciale del PLI di Milano nel mese di ottobre del 1982, ed il Convegno nazionale svoltosi alI 'Hotel Executive di Milano il 28 ottobre del 1979 che fu la prima manifestazione pubblica del Sen. Valitutti, quale neoministro della Pubblica Istruzione.
Valitutti e il Partito
Il Senatore Valitutti scomparve il 30 settembre 1992.
Amici ed avversari lo ricordarono in tutta Italia con stima e rispetto. Con Bozzi, Malagodi e Frumento, fu l'ultimo grande vecchio a lasciarci. Il Partito e la società italiana gli devono ancora molto.
Si intrecciano i miei ricordi con la realtà storica di una visione della scuola come mezzo per elevare l'uomo attraverso la cultura.
Ebbi con lui un rapporto conflittuale, se così vogliamo dire, ma certo leale e costruttivo.
Alla fine di ogni discussione e di ogni confronto, la Commissione nazionale scuola di cui il Partito Liberale e lui stesso mi avevano affidato l'organizzazione, concludeva il proprio lavoro con un documento, che il Partito faceva suo: come avvenne per quello che consentì all'On. Zanone, Ministro della Difesa nel successivo governo di centrosinistra, luglio 1987 -luglio 1989, di far rinviare la riforma della secondaria e a me di elaborare il pdl di reinserimento dello studio del latino nella scuola media, presentato dal compianto On. Paolo Battistuzzi il 18.6.91 n° 5754 ed i1 24.6.92 n° 1100, del quale riporto il testo, per conoscenza dei lettori.
CAMERA DEI DEPUTATI -PROPOSTA DI LEGGE d'iniziativa del deputato BATTISTUZZI -reinserimento del latino nel piano di studio della scuola media -presentata il 24 giugno 1992.
"ONOREVOLI COLLEGHI! -La lingua latina ed il suo studio costituiscono, in quanto strettamente connessi con lo studio della lingua italiana e della storia, in modo particolare, la base per il recupero della sintesi culturale e dell'identità storica nella scuola italiana, oggi eccessivamente frammentata.
Il reinserimento del latino nel curriculum della scuola media tende a restituire agli studenti adeguati mezzi per sostenere il confronto culturale europeo, essendo il latino parte fondamentale degli obiettivi didattici della scuola contemporanea, per la padronanza tecnico-linguistica che esso conferisce a chi studia, anche in ordine all'apprendimento delle lingue straniere, ancora trascurato.
Introdurre nuovamente il latino nella scuola media significa andare incontro alla sempre più viva richiesta delle famiglie, che oggi colmano questa lacuna organizzando, nelle scuole che lo consentono, corsi pomeridiani auto finanziati. In particolare, si elimina così l'assurdo pedagogico di iniziare nel IV ginnasio lo studio contemporaneo del latino e del greco.
Il latino eleva il livello medio della cultura e dell'istruzione non solo di chi continuerà gli studi, ma anche, e soprattutto, di quei giovani che dopo la scuola media, o dopo il successivo biennio, sceglieranno il mondo del lavoro.
Infine, esso contribuisce a favorire l'orientamento e ad approfondire l'educazione e l'istruzione professionale, com'è richiesto dalla legge istitutiva della scuola media unica (legge 31 dicembre 1962, n. 1859) e dalla premessa ai programmi del 1979 (decreto del ministro della pubblica istruzione in data 9 febbraio 1979, pubblicato nel supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale n. 50 del 20 febbraio 1979).
Oltre alle ragioni culturali e didattiche, appena richiamate, c'è anche l'obiettivo di elevare le capacità logico-critiche di tutti gli studenti che consiglia il ritorno del latino nella scuola media.
E' innegabile esigenza dei preadolescenti cominciare ad affinare la propria capacità critica contro il pericolo del conformismo e contro le influenze dei sistemi informativi più sofisticati; la scuola, infatti, soprattutto oggi, non può tradire il proprio ruolo di processo globale, in relazione allo sviluppo della personalità dell'alunno.La scuola deve essere mezzo formativo-educativo dell'intelligenza, della coscienza e del carattere; ossia strumento di elevazione spirituale, morale e civile della persona prima ancora di essere strumento di acquisizione e di utilizzo di una certa somma di sapere; tale funzione è bene esercitata proprio dallo studio della lingua latina.
La concezione dell'istruzione disinteressata, che attragga ed educhi la mente alla ricerca ed alla analisi critica anche al di fuori degli interessi e delle preoccupazioni di ordine pratico, appartiene alla concezione tradizionale del liberalismo, che crede nell'uomo libero, dotato di i proprie ed autonome volontà e capacità di critica, che devono essere aiutate nel proprio sviluppo. La scuola deve rafforzare i suoi contenuti democratici, con l'introduzione delle necessarie innovazioni, dall'adeguamento dei mezzi, al rigore della qualità degli insegnamenti, se vogliamo che la conquista del diritto di accedere ai più alti livelli dello studio non sia vanificata dalle disfunzioni e dal decadimento del sistema scolastico.
E' in questa prospettiva che si pone la presente proposta di legge".
Proposta di legge
ART. 1.
1. L'insegnamento obbligatorio della lingua latina è inserito nel piano di studio della scuola media di primo grado a partire dall'anno scolastico successivo a quello della data di entrata in vigore della presente legge.
ART. 2.
1. Nell'orario di insegnamento della scuola media di primo grado devono essere previste due ore di latino settimanali nel primo, nel secondo e nel terzo anno. Il Ministro della pubblica istruzione, sentito il Consiglio nazionale della pubblica istruzione, provvede, ai sensi dell'articolo 3 della legge 31 dicembre 1962, n. 1859, a modificare conseguentemente gli orari di insegnamento della scuola media di primo grado.
ART. 3.
1. n Ministro della pubblica istruzione, con proprio decreto, sentito il Consiglio nazionale della pubblica istruzione, disciplina il programma dell'insegnamento della lingua e letteratura latina nella scuola media di primo grado con le seguenti finalità:
a) migliorare la conoscenza generale e l'approfondimento della lingua italiana;
b) sollecitare lo sviluppo delle capacità logico-critiche;
c) aiutare lo studente a comprendere il cammino delle civiltà attraverso una conoscenza diretta delle testimonianze del passato;
d) fornire agli studenti che proseguono negli studi elementi propedeutici per una conoscenza più approfondita del latino nella scuola secondaria superiore.
ART. 4.
Il Ministro della pubblica istruzione, sentito il Consiglio nazionale della pubblica istruzione, provvede ad organizzare corsi di aggiornamento incentivati di lingua e letteratura latina per gli insegnanti della scuola media che ne facciano richiesta al fine di agevolare l'applicazione della presente legge.
Il 19 febbraio 1992 l'Ufficio Scolastico del PLI milanese volle ricordare Valitutti.
Il prof. V. E. Alfieri tenne la relazione.
Egli, illustre liberale e uomo di alta cultura, centrò l'intervento sull'impegno di Salvatore Valitutti per ridare forza alla cultura nel Partito.
Così si esprimeva, Valitutti, in una lettera allo stesso Alfieri: "Croce, in qualche suo scritto, definì il Partito Liberale il partito della cultura. Aveva perfettamente ragione. Un Partito Liberale deve essere necessariamente al più alto livello al quale è giunta la cultura del paese nel quale opera. Purtroppo oggi quello che si chiama Partito Liberale è culturalmente denutrito. La denutrizione culturale può non essere mortale per i partiti di interesse o fideistici ma è mortale per il Partito Liberale.
"Personalmente faccio tutto quanto posso per rivitalizzare il Partito, ma so bene che l'anemia culturale che colpisce un partito richiede cure lunghe e pazienti mentre i tempi della politica sono più veloci e sbrigativi. lo non so se faremo in tempo a salvare il Partito.
"Ti debbo anche dire che io sono piuttosto diffidente verso gli amici liberali che si etichettano come liberali di destra, perché di regola sono più arretrati degli altri sul terreno culturale."
Egli si occupò anche dei ricorsi dei singoli e a me capitò di sottoporgli un' errata compilazione delle graduatorie del Provveditorato di Milano.
Le fece correggere e molti recuperarono un posto di ruolo, che credevano perduto.
Questo significò ripristino, almeno temporaneo, della fiducia nelle istituzioni.
Imparammo da lui che la grande filosofia, la teoria deve divenire prassi; e lo dimostrò, quando, da Ministro, si interessò anche del funzionamento dell'Amministrazione scolastica, sino ad allora,e dopo, disdegnata dai suoi colleghi ministri.
Teoria e pratica sono le due ruote della bicicletta: per quanto importante, l'una senza l'altra non serve.
E' la cultura umanistica- meridionale, tanto sconosciuta e negletta, che ci fa ragionare così.
Così lo ricordai sulla Gazzetta di Parma il3 novembre 1992:
"In memoria di un saggio" -Sembri un ragazzino -mi disse il prof. Valitutti al congresso di Firenze vedendomi con un maglioncino rosso e la camicia aperta sul collo. A quel tempo la nostra collaborazione era già consolidata da innumerevoli riunioni della Commissione scuola nazionale e da un grande convegno, che avevo organizzato all'Executive di Milano, presente lui quale Ministro della Pubblica Istruzione, neonominato.
Fu quello il culmine di molti convegni, conferenze e semplici incontri informali con professori, presidi e famiglie sui problemi di una scuola, che stentava ad uscire dalla contestazione e anche solo a bandire i concorsi direttivi e a cattedra, che proprio lui rimise in moto. Chi ha seguito il nostro lavoro sa che da allora la politica scolastica del PLI e quella nazionale subirono una svolta.
Successivamente, la collaborazione con Salvatore Valitutti si sviluppò in moltissime occasioni: dai consigli nazionali alle riunioni della Commissione. L'ultimo impegno, che condussi a termine con il suo tacito consenso, fu proprio la presentazione della legge sul reinserimento del latino nella scuola media, che proprio all'inizio della corrente legislatura, l'on. Battistuzzi ha ripresentato.
Interprete dell'insegnamento einaudiano, il senatore Valitutti non distingueva i docenti per categorie ideologiche, ma per il livello di capacità e cultura che dimostravano. Tal che essi si riducono a due categorie: i professori che conoscono la propria materia e che per questo riscuotono l'universale apprezzamento; e quelli che non la conoscono.
Dotato di sterminata cultura e forte capacità argomentativa, il Senatore riusciva sempre ad elaborare tesi che, anche quando non accolte, fuori e dentro il partito, erano tenute in grande stima, quasi come vie d'uscita nelle più difficili situazioni.
Nella concezione liberale la scuola non è uno strumento di potere ideologico né politico, ma il luogo in cui far lievitare la mente e l'animo dei giovani, perché solo accrescendo la loro cultura si garantisce il progresso del popolo.
Da questo principio il senatore non si discostò mai ed in ogni occasione egli ce lo ricordava. Sapevamo che da tempo era malato e .che non usciva più da casa, ma la sua lucida mente ci aveva illuso, con la assiduità degli iscritti e della presenza sulla stampa, che sarebbe vissuto ancora molto e che la scuola avrebbe ancora goduto dei suoi servigio Una non rinviabile riunione di partito mi ha impedito di partecipare ai suoi funerali, pur trovandomi a Roma ed egli lo avrebbe apprezzato: "Prima il partito!", soleva dire.
Scrivo in treno, nel viaggio di ritorno a Milano e rifletto sulle ultime grandi perdite del partito, ma soprattutto della Patria. Prima Bozzi, poi Malagodi ora lui. Da insegnante, di prima nomina mi ero avvicinato al partito liberale e li avevo conosciuti superficialmente, poi, presa la tessera e cominciata un'intensa attività tuttora viva, li frequentai e li conobbi, cercando d'imparare il più possibile, non solo la dottrina, ma soprattutto quel senso dello Stato e del servizio alla Nazione, per il quale anche un'azione in apparenza insignificante ha il suo valore per il Bene pubblico. Con il Senatore tutti gli attori sono usciti dalla scena ed un ciclo della nostra, della mia vita, si è concluso.
Parlando da insegnante a insegnanti, sentii dire questo da Salvatore Valitutti: "Il docente a cui il giovane si rivolge, può sentirsi sconfitto quando il giovane non domanda più nulla, perché non ha più bisogno del suo maestro; invece, proprio allora questi ha vinto perché ha conseguito il suo più alto successo: l'autonomia dell'allievo, ormai capace di camminare con le proprie gambe".
Egli annetteva grande importanza al diritto allo studio, un problema al quale dedicò un volume, perché tramite questo si amplia la sfera della cultura e della libertà dei giovani, capaci e meritevoli, che devono camminare da soli. Infatti: "L'analisi del diritto allo studio trova una sua corretta collocazione in una prospettiva di riformismo liberalista teso alla conservazione dei valori di libertà e alla estensione della loro sfera di attuazione" (Il diritto allo studio - Amando Editore, 1980).
Ricordando Bozzi, egli richiamò l'elogio della morte del saggio, scritto da Benedetto Croce, il quale attende la morte in piena attività, "perché in ozio stupido essa non ci può trovare".
E Valitutti così ha fatto: ha scritto e lavorato sino alle sue ultime ore di vita, tanto che avremmo dovuto incontrarlo 1'8 ottobre, in una prevista riunione della Consulta liberale della scuola. In questa egli ha sempre favorito la libera discussione e, spesso, mi sono trovato in contrasto con lui, ma sempre si raggiungeva un equilibrio di tesi, naturale nei liberali, ogni volta che un interesse generale e superiore lo imponga, nell' azione quotidiana.
Così imparammo da lui che la grande filosofia, la teoria deve divenire prassi; e lo dimostrò quando, da ministro, si interessò anche del funzionamento dell'Amministrazione scolastica, sino ad allora e dopo disdegnata dai suoi colleghi ministri.
Teoria e pratica sono le due ruote della bicicletta: per quanto importante, l'una senza l'altra non serve. E' la cultura umanistica-meridionale, tanto sconosciuta e negletta, che ci fa ragionare così. Una personalità a tutto tondo è scomparsa; ma noi siamo i suoi ostaggi: noi dobbiamo continuare.
Michele D’Elia
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