Ci è appena arrivato il testo della relazione del professore Franco Chiarenza offerta ai presenti in occasione del Convegno tenutosi a Roma per ricordare la figura di Valerio Zanone ( vedasi locandina più in basso). Nel leggerla, ho provato innanzi tutto commozione in quanto consapevole dell'attaccamento di Valerio alla Fondazione e poi pace interiore nel riscoprire, grazie al prezioso lavoro di Franco Chiarenza, la profonda differenza che esiste fra la neutralità, che in fondo rappresenta la rinuncia ad assumere una decisione politica autonoma e l'imparzialità che - come affermava Valerio - " in linea con la cultura autenticamente liberale, per gli stessi connotati che la distinguono, non conduce ad opzioni partitiche predeterminate". Perchè pace interiore? Perché Agorà Liberale, da sempre, nel raccogliere e diffondere il pensiero liberale senza discriminazioni per orientamento, rifiuta la neutralità ed ama l'imparzialità. ( P. Dante)
Valerio Zanone e la Fondazione Einaudi di Roma.
La Fondazione Luigi Einaudi per studi di politica ed economia fu fondata a Roma nel 1962 su iniziativa di Giovanni Malagodi. Diversamente dalla analoga fondazione di Torino costituita prevalentemente per custodire e valorizzare l'imponente biblioteca dello statista piemontese morto nel 1961, l'istituzione romana fu concepita come supporto culturale del PLI seguendo una consuetudine di altri partiti politici. Si pensi all'Istituto Sturzo per la DC, alla Fondazione Gramsci per il PCI e per molte altre che hanno affiancato i partiti nella prima repubblica.
Soltanto nel 1984 la Fondazione avviò un percorso di progressivo sgancimento dal suo partito di riferimento che si completò nel 2002 con l'approvazione di una solenne dichiarazione approvata all'unanimità dal consiglio d'amministrazione (proposta e redatta da Zanone che nel 1990 ne era divenuto pesidente) in cui si ribadiva la scelta di imparzialità nei confronti della diaspora dei liberali che aveva accompagnato lo scioglimento del PLI dopo la drammatica vicenda di “Mani pulite”. Ne ricordo un passaggio fondamentale per inquadrare gli sviluppi successivi che portarono nel 2007 alle dimissioni di Valerio Zanone e alla successiva presidenza di Roberto Einaudi, nipote dello statista piemontese.
“Disciolto il PLI nel 1993 nel crollo dei partiti storici – recita la dichiarazione – la Fondazione è rimasta a rappresentare la continuità della cultura liberale, da molti improvvisamente rivendicata come elemento essenziale di nuovi e vecchi schieramenti politici, da pochi praticata nelle coalizioni bipolari che si sono venute affermando a partire dal 1994. Già allora – prosegue il documento – appariva peraltro evidente che la transizione verso il bipolarismo tagliava trasversalmente l'appartenenza liberale: e di fatto quanti si erano (dentro e fuori dal PLI) riconosciuti in quella appartenenza si divisero nel nuovo sistema scegliendo militanze politiche o nessuna. Nel prenderne atto la Fondazione Einaudi di Roma – conclude la dichiarazione – ha ritenuto di mantenere a maggior ragione ed anzi di rafforzare la propria scelta non di neutralità ma di imparzialità: non di neutralità perchè la Fondazione ha il suo fondamento ed orientamento nella cultura liberale, ma di imparzialità perchè la cultura liberale, per gli stessi connotati che la distinguono, non conduce ad opzioni partitiche predeterminate.” Potrei fermarmi qui per l'essenziale ma ho deciso di ricordare in questa occasione anche la parte conclusiva di questa importante riflessione adottata all'unanimità dal consiglio d'amministrazione per i concetti che esprime e per inquadrare correttamente le vicende successive. Continua dunque la dichiarazione, quasi fosse un documento programmatico, che “ la scelta compiuta dalla Fondazione risulta di maggiore rilevanza nel momento attuale in cui, malgrado le affermazioni verbali, appare evidente che la cultura liberale resta complessivamente minoritaria nel nuovo sistema politico, e quindi richiede iniziative e strumenti che contribuiscano a farla crescere. Il modo per riuscirci, o quanto meno provarci, è quello costantemente praticato dalla Fondazione: sviluppare il confronto e la dialettica fra posizioni diverse, sottoporre ogni problema ad una analisi razionale e motivata senza schematismi preconcetti, offrire a quanti lo desiderino un luogo di libera discussione. Le scelte di chi intende prendere parte attiva alla politica militante – concludeva la dichiarazione – non coinvolgono in nessun caso la Fondazione, rientrando esse dell'esercizio della responsabilità personale di ciascuno.”
Questa premessa era necessaria per comprendere – a distanza di tanto tempo – qual'era il contesto politico e culturale in cui operò la Fondazione nel periodo della presidenza di Zanone e quali furono le direttrici che ispirarono la sua attività, che furono molte e complesse e che non cè il tempo in questa occasione nemmeno di elencare. Posso però ricordare quali furono le priorità e le motivazioni da cui scaturirono le scelte del presidente e del team che lo ha assistìto nella loro realizzazione.
La Fondazione aveva svolto in passato un eccellente lavoro per fare conoscere anche in Italia le nuove teorie economiche che andavano sviluppandosi in Occidente come la “Public Choice” del premio Nobel James Buchanan (che fu dalla Fondazione invitato in Italia) e molte altre che riaprirono nel nostro Paese nuovi spazi alla cultura liberale, in quegli anni relegata tra i cimeli di un passato non riproponibili. Si trattava quindi di aggiornare il pensiero liberale per affrontare le nuove tematiche che erano emerse prepotentemente nel dibattito pubblico in quegli anni.
L'esigenza di rilanciare il liberalismo in un'epoca dominata dall'egemonia culturale marxista e post-marxista si era già avvertita subito dopo la seconda guerra mondiale e aveva prodotto a livello internazionale un documento importante – il manifesto di Oxford – attraverso il quale nel 1947 i rappresentanti di 19 partiti liberali europei avevano riformulato i presupposti essenziali di un nuovo liberalismo inteso come unico antitodo efficace al totalitarismo comunista. Il manifesto venne rinnovato cinquant'anni dopo per riflettere sulle sfide del nuovo millennio e a questo aggiornamento la Fondazione Einaudi di Roma apportò un contributo significativo soprattutto attraverso l'impegno di Valerio Zanone. Uno sforzo che portò la Fondazione a proporsi come interlocutore autorevole a livello internazionale. Se ne ebbe tangibile conferma per esempio con il seminario sui problemi della bioetica con la partecipazione di Tristram Engelhardt filosofo della bioetica consensuale che suscitò grandi dibattiti in un momento in cui rilevanti fenomeni migratori misero a confronto diverse sensibilità etiche.
La presidenza di Zanone si pose dunque alcuni obiettivi primari da approfondire attraverso confronti a più voci senza trascurare l'attività di ordinaria amministrazione tra cui molto importante quella archivistica che portò all'acquisizione e all'ordinamento delle carte di Giovanni Malagodi consentendo agli studiosi interessati di accedere alla bozza di un libro di Olindo Malagodi (poi pubblicato col titolo “Il regime liberale e l'avvento del fascismo”) e al carteggio Moro-Malagodi. Giovanni Orsina, che in quegli anni fu direttore scientifico della Fondazione, ne sa qualcosa.
Tra le grandi questioni del momento (ancora oggi quanto mai evidente) ci parve di primaria importanza il problema dell'articolazione regionale che stava mostrando i suoi primi effetti negativi ben prima della riforma costituzionale del 2001. Il tema fu affrontato con una ricerca di alto livello le cui conclusioni vennero discusse in appositi convegni che si svolsero a Torino e a Roma, con una appendice dedicata allo status particolare di Roma e del Lazio che vide la partecipazione del sindaco e del presidente della Regione.
Un altro tema che occupava (e occupa tuttora) l'attenzione della pubblica opinione è quello delle politiche energetiche soprattutto in un momento in cui la transizione climatica e ambientale imponeva scelte che – applicate in modo radicale – potevano comportare problemi politici e sociali non indifferenti, con conseguenze anche sulla tenuta degli equilibri delle democrazie liberali. In proposito la Fondazione, su suggerimento dell'ex-vice presidente dell'ENEL Marcello Inghilesi e dell'amico liberale Massimo Romano, decise di promuovere la costituzione di un apposito Osservatorio permanente che in effetti ha consentito con la collaborazione di enti e società interessati a svolgere periodici confronti sui diversi aspetti delle strategie energetiche. Gli incontri (che avevano finalità operative e non erano pubblici) si svolgevano nei prestigiosi saloni di palazzo Altieri messi generosamente a disposizione dall'ABI presieduta dall'amico Antonio Patuelli ed ebbero grande successo con l'attiva partecipazione dei protagonisti delle politiche energetiche, a cominciare dall'Autorità dell'Energia, allora presieduta dall'amico liberale Alessandro Ortis.
Le pubblicazioni dell'Osservatorio, curate dall'amico Corrado Rajola, allora borsista della Fondazione, furono molto apprezzate.
La trasformazione dei mezzi di informazione con l'arrivo della televisione negli anni '50 e ancor più con la comunicazione interattiva di massa resa possibile dalla creazione della rete internet poneva alla questione centrale della libertà di espressione – cardine della prassi liberal-democratica – nuovi problemi da risolvere. Con la presidenza Zanone la Fondazione la pose al centro della sua attività che culminò con i seminari su “Informazione come condizione di libertà” tenuti a Napoli presso l'università Suor Orsola Benincasa con la collaborazione della Fondazione Cortese che sin dalla sua costituzione dopo la morte del leader liberale Guido Cortese ha rappresentato un partner strategico della Fondazione Einaudi di Roma, con cui ha condiviso molte iniziative. I seminari che videro la partecipazione di molti protagonisti dell'informazione di ogni tendenza ebbero molto successo, continuando un percorso già avviato a metà degli anni '90 attraverso proposte di riforma del servizio pubblico radio-televisivo che il prestigio di Zanone spinse molti esponenti politici (come Giuliano Amato) a discuterne seriamente, anche se purtroppo inutilmente.
La presidenza di Zanone si pose pure il problema di diffondere i fondamenti della cultura liberale oltre i limiti ristretti dell'accademia e dell'impegno politico, anche in considerazione della persistenza di stereotipi che l'egemonia cattolica e marxista aveva diffuso soprattutto nelle giovani generazioni. Attraverso un accordo con l'associazione liberale che faceva capo a Enrico Morbelli – purtroppo scomparso poche settimane fa – la Fondazione sostenne e incoraggiò dei corsi di formazione chiamati “scuola di liberalismo” che negli anni ha coinvolto centinaia di giovani e di docenti creando in tal modo le condizioni per costituire un'associazione di Amici della Fondazione Einaudi che ha svolto un utile compito di divulgazione del pensiero liberale a Roma e nel Lazio e che per alcuni anni è stata presieduta da Ludina Barzini.
Insomma – come si comprende da queste brevi annotazioni – Valerio Zanone concepì sempre la Fondazione come uno strumento culturale dinamico, sia sul piano della ricerca sulle possibili evoluzioni del liberalismo sia assicurando una presenza liberale nelle più diverse sedi e dimensioni al di fuori di ogni strumentalizzazione politica. Zanone – come abbiamo visto nelle relazioni di questo convegno – fu un uomo politico e come tale compì scelte che rientrano nella discrezionalità e nella valutazione delle opportunità di chi è chiamato a rappresentare la nazione. Ma da vero uomo di cultura seppe sempre tenere distinti i ruoli assicurando alla Fondazione un'indipendenza che tutti hanno riconosciuto.
Dopo le sue dimissioni nel 2007 Zanone nel suo ruolo di presidente onorario (che spettava a norma di statuto a tutti gli ex-presidenti) ha continuato ad esercitare discretamente la sua moral suasion appoggiando Roberto Einaudi nella riproposizione dei temi einaudiani (anche attraverso la mostra itinerante di cui abbiamo accennato) e sostenne – inutilmente – lo scioglimento della Fondazione con il conferimento alla Banca d'Italia (come da statuto) del patrimonio archivistico, quando anni dopo vennero meno le condizioni materiali per proseguirne l'attività; anche perchè la funzione storica delle fondazioni nate nella prima repubblica come supporti culturali delle ideologie o pseudo-tali che caratterizzavano allora il dibattito politico si era esaurito e quella successiva di memoria storica ed archivistica si era completata. Non a caso una delle ultime iniziative della Fondazione fu un convegno internazionale a palazzo Della Valle su un possibile ruolo delle fondazioni private di studi politici ed economici attraverso il supporto delle fondazioni bancarie.
Poi il consiglio d'amministrazione si rimangiò lo scioglimento, ma questa è un'altra storia che Zanone non vide perchè morì proprio in quei giorni nel 2016.
Sono consapevole che l'aspetto più importante della complessa personalità di Valerio Zanone non fu certamente quello che emerse dalla sua presidenza della Fondazione Einaudi di Roma. Si trattò comunque di una esperienza significativa e per me un'opportunità straordinaria di confronto e di collaborazione che ha segnato la mia esistenza e di cui gli sarò sempre grato.
Il 2026 ci regala subito due interessanti iniziative: la prima ( 29 gennaio 2026 - Palazzo Isimbardi di Milano) riguarda un Convegno di Studi storici sul tema " dalla Monarchia alla Repubblica, giugno 1946" organizzato dallo storico Michele D'Elia, dirtettore della rivista di cultura e politica Nuove Sintesi oltre che Presidente della Associazione dei Liberali, il quale terrà anche la relazione iniziale. La seconda iniziativa ( 22 gennaio 2026 - Biblioteca Spadolini del Senato), organizzato dalla Luiss insieme al Comitato per i 150 anni dalla nascita di Luigi Einaudi, riguarda un Convegno di Studi dedicato alla figura di Valerio Zanone al ricoprrere dei 10 anni a far data dalla Sua scomparsa, con interventi di saluto dei Liberali Pera, Vegas, Sinigaglia, Facchetti ed Orsina ed un nutrito gruppo di relatori, fra i quali Franco Chiarenza Pierluigi Barrotta e Gerardo Nicolosi. A seguire le locandine.
Abbiamo visto che sono già passati 10 anni da quando Valerio Zanone ci ha lasciato. Tante le iniziative per ricordarlo di cui abbiamo dato e daremo conto, tanti gli scritti in Suo ricordo, fra i quali quello di Andrea Bitetto che, per lucidità e profondità di analisi, ho pensato di riportare qui di seguito. Dal punto di vista caratteriale la seriosità di Andrea ha trascurato di mettere in evidenza la capacità di Valerio di far sorridere l'interlocutore. Al famoso " hai messo troppo aceto nell'insalata..." che ha mandato in delirio un intero Consiglio Nazionale, compreso Alfredo Biondi destinatario della censura, posso solo aggiungere altri ricordi personali. Prima della visita all'Orto Botanico di Palermo, trovandoci a piazza Politeama, dopo avere osservato alcuni alberi particolari, Valerio, appassionato di botanica, ebbe a chiedermi la denominazione di detti alberi. Udite le mie valutazioni inclini al glicine e sicuramente ben lontane dalla realtà, rispose con un sorriso e con un secco " ritiro la domanda..." Ebbe poi cura di farmi sapere trattarsi di Jacaranda, arbusto di norma reperibile solo in Africa.... In altra occasione ebbi voglia di fargli conoscere un barman che, in gioventù, era stato un pugile. Lo ritenevo espressione di individualità liberale in quanto, da giovane, impiegato presso il bar di uno zio, volle egualmente salire sul ring nonostante il diniego dello zio ad un giorno da dedicare al riposo in vista del combattimento da sostenere in serata per un titolo di campione regionale. Il combattimento ebbe luogo, alla presenza di migliaia di spettatori, fra un pugile tranquillo e riposato ed uno appena rientrato da otto ore di pesante lavoro, infine sconfitto ai punti. Valerio esaminò copie dei giornali dell'epoca, ebbe a complimentarsi ma, prima di sorseggiare il caffè frattanto preparatogli, ebbe a sussurrare al barman ex pugile: " avrei per Lei una lunga lista....". In altra occasione, ebbe poi confidarmi un trucco da utilizzare quando si è chiamati a prendere la parola: osservare il polso degli astanti, affrettarsi quando qualcuno comincia a guardare l'orologio, concludere subito quando, prima dello sguardo all'orologio, si nota lo scuotimento del polso.... La Sua capacità ironica s'era sviluppata anche a casa, ovvero una villa alla periferia di Roma: andandolo a trovare, all'apertura del cancello, gli sentii urlare Bull dog per bloccare due cani che stavano per profittare dell'apertura per uscire. Mi spiegò che aveva deciso di chiamarli uno Bull e l'altro Dog solo per favorire, all'occorrenza, il veloce richiamo per entrambi. Ancora dubbi? Basta leggere l'introduzione al volumetto " L'ali alzate" scritto nel 2004 da Valerio in veste di " unico cultore dell'ornitologia dantesca....", ove egli esordisce attribuendo agli scioperi selvaggi il merito di avergli consentito "come terapia distensiva nelle attese in aereoporto....", la lettura, per ben due volte, di una Divina Commedia ricevuta in regalo da Giovanni Malagodi, lettura che " mi esonerava dall'associarmi alle imprecazioni dei passeggeri....." Bene, dopo tanta leggerezza, vi lascio alla ben più profonda analisi di Andrea Bitetto. ( P. Dante)
A dieci anni dalla morte, il pensiero di Zanone rimane un antidoto al veleno del finto liberalismo
Scritto da Andrea Bitetto e pubblicato il 07 gennaio 2026 da www.stradeonline.it
Dieci anni fa ci lasciava Valerio Zanone, liberale da una vita e per l’intera sua vita. Uomo di cultura, di profonda cultura. Valerio era, al fondo, un uomo di cultura mutuato alla politica. E la cultura, per quanto possano interessare le note biografiche di chi oggi vuol ricordare un proprio maggiore, era il terreno sul quale ci eravamo incontrati. Per poi non lasciarci fino all’ultimo momento.
E la cultura di Valerio era la sua cifra, il suo tratto distintivo. Era in questo privo di quel preteso e supposto talento politico che vorrebbe riconoscere l’abilità nel riuscire come propagandisti. Valerio non era un propagandista: i suoi interventi erano la condivisione di una sua riflessione, sempre ponderata e filtrata dalla sua essenza di liberale compiuto, maturo, storicamente consapevole del ruolo, ma anche dei limiti, del liberalismo. Chi lo ascoltava poteva esser persuaso dai suoi argomenti o rifiutarli. Ma avrebbe anche potuto avere l’ambizione di arricchire le idee che Valerio aveva appena espresse, perché in Zanone la civiltà del dialogo era parte essenziale del suo tratto umano.
Questa superiore forma di civiltà era rappresentata dal suo mai trattare l’altro, il suo interlocutore, in modo paternalistico o di pretesa superiorità: trattava chi si rivolgeva a lui riconoscendo piena dignità alle idee anche diverse dalle proprie. La pratica del liberalismo, che non è una chiesa, nonostante l’odierno prevalere dell’ideologismo anche da parte sedicente liberale, aveva sicuramente abituato Valerio a questa profonda forma di tolleranza.
Ma, come si è detto, quella tolleranza, quella civiltà del dialogo, erano non solo tenute assieme dalla cultura, ma prima ancora ne erano figlie.
Vengono in mente le parole drammatiche del Monito all’Europa di Thomas Mann “Cultura! Le risa beffarde di tutta una generazione rispondono a questa parola. Sono dirette, si capisce, contro il termine prediletto della borghesia liberale, come se sul serio la cultura non fosse proprio nient’altro che questo: liberalismo e borghesia. Come se essa non significasse il contrario della volgarità e della povertà umana, il contrario anche della pigrizia, di una miserabile rilassatezza […]”.
Questo era il significato che la cultura aveva per Valerio. In perfetto, evidente e plastico contrasto con le idee correnti: una cosa era il suo riconoscimento del ruolo di una borghesia consapevole della natura precaria della libertà, per dirla con Joachim Fest, e dunque inteso in senso morale e culturale, prima che sociale e economico; tutt’altra cosa è il rilievo modestamente statistico, erariale, che oggi viene assegnato nemmeno più alla borghesia, categoria gettata nel pattume come una anticaglia, ma al famigerato ceto medio, il cui destino sarebbe declinante per colpa (solo) di mezzo punto o qualche decimale di aliquota fiscale in più o in meno. Nulla di più lontano dall’idea liberale di Zanone.
Ad una cultura che oggi è soppiantata dalle magnifiche sorti e progressive dei fanatici dell’intelligenza artificiale, felici di poter viaggiare senza affaticarsi con “il peso che noi abbiano portato”, per dirla con Goethe, ignari del vuoto che la citazione spigolata non è in grado di riempire.
Valerio al liberalismo era giunto da ragazzo, leggendo e meditando le riflessioni di Benedetto Croce ne “La storia come pensiero e come azione”. Apprese così non solo il senso storico di cui tutta la riflessione filosofica di Croce era impregnata, ma come “…il correlativo dello storicismo, erede dell’illuminismo, era, nella vita attiva e pratica, l’indirizzo nuovo della libertà non più astratta ed atomica come nell’illuminismo, ma concreta e unificata con la vita sociale e storica”.
Contro, o anche solo al fianco di chi ritiene che il principio di libertà ed il suo strumento politico, ovvero il liberalismo, siano una misura fissa buona per ogni epoca o stagione, restava fermo l’insegnamento superiore della tradizione crociana per la quale alle domande mutevoli figlie di ogni stagione e di ogni epoca il liberalismo deve saper fornire risposte aggiornate, pena il risolversi in un nuovo ideologismo. Ed il liberalismo se vi è un lusso che non si può permettere è quello di inaridirsi in ideologismo.
Ed anche qui non fu un caso se Valerio condivideva con i suoi maggiori Croce ed Einaudi il giudizio storico sul socialismo riformista, sull’einaudiano “socialismo sentimento” che fece rialzare le teste agli operai. L’ideologismo imperante impedisce di comprendere e decifrare i fenomeni storici: si edificano fantocci e si colpiscono fantocci.
Quante volte, oggi, leggendo le posture di sedicenti liberali si sentirebbe il bisogno del richiamo di quegli insegnamenti. Viviamo un’epoca in cui l’inflazione, domata o sotto controllo in campo monetario, si è presa la propria rivincita nel mercato delle idee: alla iperbolica espansione dell’uso del lemma liberale ha fatto il paio lo svilimento del suo significato, oramai impalpabile.
Dal magistero crociano Valerio passò agli studi universitari dove incontrò altri due sommi Maestri: Nicola Abbagnano e Luigi Pareyson. Dal primo aveva appreso il fondamentale insegnamento, ancor più attuale oggi, che ci mette(va) in guardia dalla “pericolosa illusione di potersi affidare ad un sistema che tolga la fatica ed il rischio della libertà”.
Dal secondo, in perfetta sintonia con la lezione di Abbagnano, aveva imparato a far i conti con la tragica natura della libertà, consapevole del destino della condizione umana in cui l’individuo che voglia consapevolmente esser libero deve porsi “in condizione di poter condannare la ribellione solo in quanto non la impedisce, giacché essa è l’unico sfondo su cui possa prendere risalto e valore l’obbedienza. Nessuno vorrà seriamente negare che è meglio il male libero che il bene imposto: il bene imposto reca in sé la propria negazione, perché vero bene è solo quello che si fa liberamente, potendo fare il male; mentre il male libero ha in sé il proprio correttivo, ch’è la libertà stessa, dalla quale potrà un giorno scaturire il bene libero”.
Oggi viviamo tempi in cui facilmente si baratterebbe qualche scampolo di libertà per una sicurezza da caserma, per un ordine fisso, immutabile, per un sistema di valori che viene accettato acriticamente perché proveniente dalla tradizione. Nulla di più lontano dalla cultura e dalla sensibilità autenticamente liberali. Nulla di più lontano da quella religione delle libertà crociana, e dalla lotta contro il mito ed a favore della libertà figlia del processo di secolarizzazione. Nulla avrebbe fatto amaramente sorridere Valerio del sentir citare Croce a sproposito soprattutto invocando il “Non possiamo non dirci cristiani”, il più delle volte brandito o da chi non lo ha letto o da chi dimostra solo la propria incapacità di comprensione.
Di quella cultura liberale, infatti, era parte integrante il laicismo, orgogliosamente rivendicato da Valerio come frutto dell’umanesimo liberale di cui era parte e di cui si sentiva in piena continuità ideale e valoriale. Ed anche questo lemma, oggi, vien tristemente ridotto a fantoccio, prendendo a prestito le critiche strumentali ed illiberali delle parti più retrive del cattolicesimo, sino alla rispolverata pulsione reazionaria delle radici giudaico-cristiane dell’Europa. Nulla di più lontano da quel sentimento liberale, laico, moderno e civile di cui Valerio era testimone e sostenitore.
Da chi ha avuto il privilegio intellettuale e prima ancora che umano di conoscerlo e di essergli vicino, sia consentito di dire di Valerio quel che disse Amleto: “Egli era un uomo, preso tutto insieme, ch’io non vedrò il suo simile un’altra volta”.
A dieci anni dalla sua scomparsa, grazie per ogni insegnamento, per ogni rimprovero, per ogni parola, anche di conforto, che hai saputo distillare.
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Il problema sono i giovani con le loro carenze educative, la loro esistenza etero-diretta dai nuovi mezzi di comunicazione, la leggerezza dell'hic et nunc, la scarsa voglia di generare una continuità non solo biologica ma anche valoriale? Non credo. Il problema siamo noi anziani scettici, incapaci di trasmettere l'importanza del sentimento di libertà che va difeso dai suoi nemici con ogni mezzo anche a costo della vita. Non sono romanticismi ottocenteschi. Si tratta di pericoli incombenti.( Così scrive Franco Chiarenza a chiusura di riflessioni del 3 gennaio 2026 su Trump, Xi e Putin riportate nella pagina a Lui dedicata, ove si trovano anche altri Suoi scritti su Ucraina e Palestina)
Ho promesso ad Antonio Ferrante, amico di vecchia data, di riportare il testo di una Sua intervista al quotidiano La Sicilia di Catania. Antonio analizza pregi e difetti della sinistra italiana e, probabilmemnte, riguardo i difetti, ha ragione da vendere. Personalmente, penso tuttavia che " perchè non vinciamo mai" che è il testo del libro di cui si discute nell'intervista, sia una riflessione adatta, non solo al centro sinistra, ma anche al centro destra. Se un importante teatro propone uno spettacolo con protagonisti ben noti al pubblico ed in occasione della prima rappresentazione metà delle poltrone rimane vuota, il risultato è un fallimento. Se a votare si reca solo la metà degli aventi dirirtto al voto, vuol dire che gli interpreti della Politica, sia a destra che a sinistra oltre che al centro, dovrebbero cominciare a pensare di dedicarsi ad altro. Eppure, come nulla fosse, attraverso radio e televisioni compiacenti, oltre che via social, i "vincitori" brindano per l'uno per cento in più racimolato condannando chi l'uno per cento l'ha perso, mentre i "perdenti" gridano al complotto e promettono clamorose iniziative atte a determinare la futura rivincita. Nessuno ha il coraggio di ammettere che la disaffezione verso il voto è un preciso segnale di allarme che si risolve in un vulnus gravissimo inferto al sistema democratico ormai rappresentativo della sola metà dei Cittadini con conseguenti maggioranze di governo forti di percentuali pari a poco più del 25% degli aventi diritto al voto. Le rigide regole dello spettacolo non concedono sconti a compagnie teatrali che non riescono a riempire le sale: per loro, nessuna replica. Che la Politica riesca a superare impunemente le regole di ingaggio imposte ai guitti, è un problema di cui non si parla ma che offende la sacralità delle regole democratiche e che, di conseguenza, deve stare al centro dell'attenzione dei Liberali. ( P. Dante)
Riceviamo da Critica Liberale e diffondiamo l'invito che segue:
Cara amica, caro amico
di seguito un appello, redatto da Maurizio Fumo e Giuseppe Bozzi per la costituzione di un comitato di cittadine e cittadini per il “NO” al referendum confermativo sulla riforma della giustizia.
Ti chiediamo, se lo condividi, di sottoscriverlo e diffonderlo mandando una mail a info@criticaliberale.it
Se sei disponibile ad impegnarti nella campagna referendaria, entrando a far parte del comitato, puoi scrivere una mail, con i tuoi recapiti a postmaster@cittadiniperilno.it
Grazie
PERCHÉ VOTARE NO
L’appello dei cittadini in difesa della democrazia e della separazione dei poteri
Noi cittadini, a cui vantaggio e nel cui interesse le leggi dovrebbero essere pensate e scritte, non approviamo né il metodo, né il merito della riforma costituzionale varata di recente dalle Camere e pertanto voteremo convintamente NO al referendum confermativo che si terrà in primavera. In base all’errato presupposto che chi ha vinto le elezioni può tutto, la riforma costituzionale è stata prepotentemente imposta dalla maggioranza e con un testo non condiviso da un più largo schieramento parlamentare. Essa apre pericolose brecce nella trama della nostra Carta fondamentale, innanzitutto minando il principio della separazione dei poteri, consentendo poi che si intervenga, con legge ordinaria, a colmare “i vuoti” che, ad arte, sono stati provocati. Ciò vale innanzitutto per quel che riguarda la formazione dei due CSM, ma soprattutto dell’Alta corte disciplinare. Infatti, i rappresentanti politici nei due CSM e nell’Alta corte saranno sorteggiati in una rosa di candidati preselezionata secondo criteri da stabilirsi con legge ordinaria, dunque secondo i desiderata delle maggioranze politiche che, di volta in volta, si verranno a determinare. Non è certamente arbitrario ipotizzare che “la rosa” sarà formata da soggetti tutti espressione dello schieramento al potere (o comunque certo ad esso non ostili), di modo che, all’interno dei due Organi, vi sarà una pattuglia compatta di soggetti esecutori delle direttive delle rispettive segreterie partitiche e caratterizzati da un plumbeo, omogeneo orientamento in relazione tanto alla politica giudiziaria, quanto al controllo disciplinare e amministrativo della magistratura. Se dunque lo scopo dichiarato era quello di spoliticizzare il CSM, l’effetto sarà esattamente l’opposto: il peso dei rappresentati politici sarà di gran lunga maggiore e certo più incisivo; e se altro proposito enunciato era quello di scardinare una giustizia disciplinare domestica - cioè di autogoverno anche nelle funzioni disciplinari - che si ritiene troppo indulgente, l’effetto sarà quello di costituire un organo che eserciterà un improprio controllo della politica sull’operato di quei magistrati ritenuti scomodi e dunque da intimorire con la minaccia di azioni disciplinari “su misura”. L’uso politico della giustizia sarà dunque molto più agevole e quasi istituzionalizzato. Giudizio altrettanto negativo deve esprimersi sulla separazione delle carriere, riforma inutile e pleonastica, se lo scopo fosse effettivamente quello dichiarato, atteso che la separazione delle funzioni, già determinato dalla legge Cartabia, è così rigida da aver praticamente azzerato la osmosi tra magistratura giudicante e requirente. Oltretutto un CSM di soli Pubblici Ministeri assumerà un potere autoreferenziale di guida e condizionamento ben maggiore dell’attuale. Poiché dunque riesce difficile credere - pur avendo imparato a conoscere le ubbie dell’attuale ministro di Giustizia - che si tratti di una riforma puramente di facciata, è legittimo ipotizzare che la finalità sia altra. Infatti, anche senza manomettere ulteriormente la Costituzione, si può (ancora una volta con legge ordinaria operante nei varchi aperti dalla “riforma”) legare il PM all’Esecutivo e, per esso, al ministro di Giustizia. Se il PM, invece che esserne guida, diviene la proiezione processuale della Polizia, smetterà di essere il primo controllore dell’operato di quest’ultima, svestirà l’abito di parte imparziale che pur gli assegna il codice, avrà difficoltà a chiedere l’assoluzione dell’imputato pur in presenza di contesti dibattimentali che ciò suggerirebbero. Limitando il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, gerarchizzando gli uffici di Procura, magari creando un Procuratore nazionale sull’esempio del già esistente Procuratore antimafia, ma con ben più penetranti poteri (anche di avocazione), sarà agevole per una maggioranza parlamentare - quale che sia! - esercitare, con una semplice legge ordinaria, il controllo, nemmeno tanto indiretto, sulla promozione dell’azione penale, che già alcuni auspicano sia discrezionale e non più obbligatoria. E allora il giudice potrà anche conservare la sua solipsistica indipendenza, ma giudicherà solo quei fatti e quelle persone che un PM sapientemente teleguidato gli sottoporrà. Sembra superfluo sottolineare (anche perché è già stato fatto da più parti) che le nuove norme non velocizzeranno gli interminabili iter processuali, non limiteranno gli errori giudiziari, non tuteleranno maggiormente le persone offese dai reati, né daranno maggiori spazi alle strategie difensive. Viceversa l’effettiva divisione dei poteri verrà a essere significativamente insidiata, se non compromessa perché si consentirà al potere esecutivo di esercitare controllo di fatto sul giudiziario. E la democrazia liberale, senza la separazione dei poteri, non è più democrazia, ma trasforma il governante in autocrate. Se dunque ci chiediamo a chi serve la così detta riforma della Giustizia, la risposta non può che essere: essa serve a chi la ha proposta e realizzata, non certo a noi cittadini che non vogliamo acriticamente difendere la Magistratura, ma vogliamo una Magistratura in grado di difenderci. Anche dai soprusi e dalle prevaricazioni di chi, avendo ottenuto il consenso elettorale, pensa di non dover sottostare ad alcun controllo e di non dover riconoscere alcun limite al suo potere.
Giuseppe Bozzi, Maurizio Fumo, Critica liberale
Addio grande Enrico
la scomparsa di Enrico Morbelli, che tutti ritenevamo immortale, ha reso triste questo spazio di fine estate dedicato al riordino della nostra vita prima della ripresa del lavoro.
Con Enrico scompare un altro dei protagonisti della storia del disciolto Partito Liberale ma, a differenza d'altri, concentrati sulla affermazione di personali aspirazioni, Enrico, con leggerezza ed allegria, portava il peso della Scuola di Liberalismo, unica seria iniziativa finalizzata a diffondere, fra i giovani, l'interesse per una linea di pensiero complessa ma affascinante se depurata dalle contraddizioni in cui incorrono opportunisti odierni sedicenti liberali.
Enrico mi deve il piacere di qualche cassata siciliana inviatagli a Roma, qualche gelato gustato insieme qui a Palermo in occasione di Sue visite a parenti e, sopra tutto, il contributo al pareggio dell'ultimo bilancio della Scuola, ma rifarei per cento volte quelli ed altri adempimenti se potessi sapere di averlo attivo ed ancora impegnato per l'arduo compito che s'era dato e che riusciva a svolgere, lo ripeto, con leggerezza ed allegria.
L'unica speranza, difficile da concepire per larga parte dei Liberali, e che Enrico stia già a discutere con i protagonisti della nostra politica e con i grandi pensatori liberali: ove mai, troverebbe certamente il modo di capire e farsi capire, ove necessario, valendosi di qualche stratagemma atto alla traduzione istantanea.
Addio, grande Enrico. (P. Dante)
Purtroppo, nessuno si è ricordato che il 20 luglio del 1925, ovvero 100 anni fa, vicino Pieve a Nievole ( allora provincia di Lucca), veniva brutalmente bastonato il Liberale Giovanni Amendola, ideatore di " Democrazia Liberale" e fermo oppositore del regime fascista, deceduto l'anno successivo anche per le ferite ricevute. Lo facciamo noi, nel nostro piccolo, ricordando che la camicia insanguinata di Amendola è custodita presso la Camera dei Deputati.
Andrea Bitetto, nello scritto che riportiamo tratto da Critica Liberale ( vedasi pagina a Lui dedicata), si occupa del fine vita, argomento che, come tutti quelli che richiedono la massima attenzione nella espressione sia del consenso che del dissenso, viene regolarmente trascurato. Poiche' Andrea cita ripetutamente il cardinale Ottaviani, per avere piena contezza del personaggio, mi viene in mente una sua emblematica battuta pronunciata sottovoce in perfetto dialetto romanesco. Tutto avvenne, in tempi ormai lontani, in occasione di una discussione fra alti prelati riguardante l'atteggiamento da tenere, da parte della Chiesa, nei confronti della pillola anticoncezionale. Ebbene, mentre un Cardinale si stava affannando ad esprimere un suo pensiero prudentemente favorevole alla "medicina", Ottaviani sussurrò: "...l'avesse presa su madre....". Quanto precede suggerisce ad Andrea, ed a noi tutti, di considerare il pensiero ecclesiale come mutevole secondo le finalità che è destinato a raggiungere.... (P. Dante).
Vi invito a visitare la pagina dedicata a Michele D'Elia, già Responsabile Organizzativo dell'Ufficio Scuola Nazionale del P.L.I. ( quello serio di una volta...). Vi troverete una proposta di legge, presentata alla Camera dei Deputati dal compianto on. Battistuzzi nel 1991, riguardante l'opportunità di riportare lo studio del latino nel curriculum della scuola media. Sono passati ben 34 anni e, finalmente, qualcuno si è accorto che quell'idea liberale potrebbe aiutare il Paese a tirarsi fuori dal decadimento ( non solo linguistico) in cui ci siamo cacciati. Chi legge sa perfettamente che i Liberali sono sempre in anticipo su tutto: ha fatto bene Michele D'Elia a ricordarlo con un comunicato stampa ed, a seguire, con il riporto della legge da Lui scritta e consegnata a Battistuzzi per avviarne l'iter parlamentare, in quegli anni mai concluso. L'introduzione a quel disegno di legge era rivolta ad una Comunità diversa, il tatuaggio lo praticavano solo alcune categorie disagiate, le inclinazioni sessuali rimanevano relegate entro le pareti domestiche, i media evitavano il turpiloquio, il Festival di Sanremo non era ancora palcoscenico dedicato alla esibizione di clown con apparato vocale guidato da computer, la Politica riusciva a demolire il muro di Berlino ed in America si votava di tutto tranne che gli squilibrati. Che lo studio del latino possa fare tornare, anche solo noi italiani, con i piedi per terra, mi pare difficile, tuttavia, poichè per giungere all'idea Liberale lo studio di qualunque cosa è essenziale, lo studio del latino sarà utile per organizzare una rivoluzione autenticamente liberale o, al peggio, per ritardare la nostra estinzione.
Venezia fra presente e passato
Per un Liberale è d'obbligo chiedersi se la ricchezza, oggi, stia nelle mani giuste: mani attente, meticolose, coordinate con una intelligenza vivida e capace di comprendere le necessità presenti e future della Collettività.Einaudi in occasione in uno degli ultimi Suoi interventi, sorprese l'uditorio spingendosi a tessere le lodi dello speculatore, pronto a rischiare il proprio capitale, ad arricchirsi, ma anche a perderlo ed a ritrovarsi in miseria insieme a collaboratori e dipendenti, se le cose fossero andate male.Certo, erano altri tempi: oggi l'imprenditore, di fronte a difficoltà, invoca ed ottiene l'aiuto dello Stato che non lo nega in nome della tutela dei posti di lavoro: crisi energetica, cambiamenti climatici, concorrenza da Paesi con costo della mano d'opera contenuti, aumento del costo del petrolio, dell'energia elettrica e del gas etc.... ci sono gli aiuti di Stato ed Il rischio si riduce, ma non è questo il problema: il vero problema sta dalle parti del cervello di chi oggi si arricchisce .Cuccia era talmente riservato da non rispondere anche a chi gli chiedeva l'ora, Ferrari viveva solo in funzione della passione per le auto, e tanto, riguardo il non volersi mettere in mostra, potrebbe dirsi di Agnelli, dei Ferrero, di Della Valle e di tanti altri mostri sacri del passato.
Nessun miliardario italiano e nessun miliardario dei Paesi più evoluti, compresi gli Stati Uniti, sino all'avvento di internet e dei social, avrebbe immaginato la cafonata di un matrimonio in grande stile, per se o per i propri figli, in una città d'arte da occupare integralmente e da trasformare in palcoscenico.Sono stati in tanti a valorizzare i benefici effetti dell'evento, in termini di ricchezza indotta in città presso gli hotel, per via dello shopping e qualcuno, da sinistra, ha anche osservato che fattorini ed i camerieri di ristoranti, bar ed hotel avrebbero anche loro beneficiato di laute mance da parte degli invitati: nulla da eccepire, fatto sta che la cafonata te la puoi aspettare dal buzzurro che si è arricchito trafficando con la droga, non da chi dispone di miliardi arrivati grazie ad una buona idea.Come mai?Semplice, oggi la regola del buzzurro di cui dicevamo, del miliardario e, purtroppo spesso anche da tutti gli altri, è la seguente: se hai disponibilità economica devi assolutamente dimostrare al prossimo la tua superiorità, misurata solo da ciò che puoi esibire.Chi ha un salario o uno stipendio appena sufficiente per la sopravvivenza, può anche abitare in locazione in un quartiere degradato ma non rinuncia al suv con trazione integrale di ultima generazione. C'è anche una eloquente pubblicità che mostra un personaggio pronto a far scattare le quattro frecce della propria costosissima auto per farsi ammirare dai passanti. Per i pagamenti, tutte le case automobilistiche hanno inventato soluzioni sbalorditive, compresa quella di darti l'auto ed attendere il primo incasso dopo mesi.E' tutto? Certamente no.Il mondo dell'arte, della musica, dello spettacolo e dello sport è popolato da clown che fanno di tutto per stupire.A Sanremo, che trasmettiamo in eurovisione per dimostrare di cosa siamo capaci, se hai una bella voce, un bel testo ed un buon tema musicale ma ti presenti in abito blu, vuol dire che sei fuori di testa. La voce dev'essere insignificante quando non incline al dialetto, il testo delle canzoni pari all'esposizione di un tema scurrile scritto alle medie, la musica solo in grado di far sollevare e sventolare braccia ed accendini ed in questo contesto, infine, è sempre l'abbigliamento a far la differenza.L'uomo a torso nudo con giacca e tatuaggi che dal collo si propagano sino alle tempie ha già ottime chances: se poi indossa gonna, orecchini e collanine varie, il pubblico va in visibilio.La donna brava ma poco sexy, prima ancora di arrivare al pubblico non supera la selezione dei giurati, salvo utilizzi un nome d'arte che lasci intendere di cosa - nonostante tutto - sia capace. Per il resto, è una gara fra scollature anteriori e posteriori e labra impegnate in giochi erotici con il microfono.In un contesto come quello appena descritto, che si ripete in ogni programma televisivo e dal vivo, è determinante essere sconvolgenti e stupire: per i miliardari di oggi, comprando l'impossibile, per gli artisti personalizzando sia le opere d'arte che lo spettacolo, per i comuni mortali, postando sui social.L'atmosfera dolente di Venezia, con opere d'arte addormentate fra i liquami della laguna, e' il palcoscenico perfetto per i buzzurri e per i nuovi ricchi, entrambi insensibili all'odore della fogna, ed entrambi assolutamente incapaci di apprezzare le opere d'arte in agonia come la società che oggi le ospita. Il pubblico che adora gli uni e gli altri, corre con il potrtatile in mano per avere un selfie da postare subito sui social e dimostrare che, a quella cafonata , c'era, ecccome se c'era.
30 Giugno 2025 Pasquale Dante
Le debolezze del Santo Padre
Che i Pontefici amino attribuirsi un nome che possa rappresentare al meglio la Loro attitudine è un dato incontrovertibile. Il Santo Padre che ci ha appena lasciato ha dato seguito, durante i 12 anni del Suo pontificato, alle aspettative che il nome di Francesco lasciava prevedere. Un Pontefice che preferisce viaggiare in fiat 500, capace di farsi capire anche dai tanti moderni analfabeti, disposto a chiedersi come mai non stia Lui in cella invece che i criminali e sopratutto attento agli ultimi, e' risultato subito in perfetta sintonia con i tempi che corrono, tempi che forse trascurano i penultimi ed i terzultimi tanto che dal ceto medio di base il passo alla povertà ed all'indigenza è ormai breve. Ad iniziativa della Santa Sede si sono poi susseguiti anche accorati appelli ai potenti per metter fine ai conflitti ed iniziative per l'apertura al dialogo con le altre Religioni, comprese quelle che utilizzano la violenza per sbarazzarsi di quanti hanno altro credo oltre che di quanti si disinteressano della Celeste Materia, desiderosi di vivere a modo loro.La Democrazia Cristiana non esiste più da oltre 30 anni, tuttavia, a far data dalla morte del Papa, il Paese è rimasto bloccato. 5 giorni di lutto nazionale, interminabili trasmissioni evocative su tutte le reti radiofoniche e televisive, quotidiani ove non si legge d'altro e persino lo stop alle partite di calcio, mai interrotte, per quel che mi riguarda, alla morte di Einaudi, Croce e De Gasperi. Certo, la morte di Bergoglio si è verificata in un momento di crisi planetaria: l'invasione dell'Ucraina, l'attentato di Hamas , la violenta inarrestabile ed altrettanto crudele reazione di Israele, l'immigrazione dai Paesi poveri verso l'occidente, la crisi climatica, la salute mentale dei due ultimi Presidenti degli Stati Uniti d'America e la conseguente crisi dei mercati finanziari sono stati accadimenti che hanno dato, all'evento, il senso di una ulteriore sconfitta della buona volontà di fronte a tanta crudeltà e spregiudicatezza. Se posso, mi permetto solo un rimprovero al Santo Padre appena scomparso: quello della debolezza. Nel settembre 1870 Ponza di San Martino ebbe il compito di recapitare al Pontefice di allora, Pio IX, una lettera di Vittorio Emanuele II che lo supplicava “ con affetto di figlio e fede di cattolico” di non opporre resistenza alla presa di Roma. Il buon Pio IX, che s'era attribuito un nome conciliante ma anche l'assolta infallibilità con la bolla “ Pastor aeternus” reagì dichiarando al latore della missiva: “ siete tutti un sacco di vipere, sepolcri imbiancati, mancatori di parola” Ciò detto, passò immediatamente alla scomunica del Savoia che ebbe subito ripercussioni a livello internazionale. Certo, s'era in altri tempi, ma per la Chiesa la tradizione è sacra ed i tempi per le riforme si dilatano a dismisura. Conseguentemente, ritengo che il Santo Padre che ci ha appena lasciato, se avesse difeso i valori delle Sacre Scritture più che con suppliche con adeguato vigore, avrebbe meglio rappresentato il dolore delle fiamme che riserva l'inferno, limitando l'attitudine a crearne un secondo qui sulla terra.
Tanto premesso, a conferma del fatto che l'operato di Papa Francesco è stato valutato con il rispetto che merita anche dai Liberali, vi invito a leggere un comunicato stampa redatto da Michele D'elia, Presidente dell'Associazione dei Liberali, nella pagina a Lui dedicata.
22 aprile 2025 Pasquale Dante
La tentazione del populismo che lambisce la Chiesa
Per un liberale, guardare oltre rispetto il comune sentire è una necessità.
Rimanere estranei ai sentimentalismi ed alla retorica non produce consenso, lo sappiamo bene, ma l'osservazione dei fenomeni con spirito critico ed indipendente è patrimonio genetico che consente, fra l'altro, un valido elemento di selezione, come afferma Franco Chiarenza, fra quanti affermano d'essere liberali non essendolo e quanti lo sono senza saperlo.
E' naturale che il fenomeno dell'immigrazione clandestina susciti commozione per le sofferenze e le tante morti in mare, anche di bambini o adolescenti.
Incurante di ciò, qualcuno mugugna imputando ai nuovi arrivati alla civiltà occidentale colpe che non vale neppure la pena qui riassumere, tuttavia, a parte l'angoscia ed il dolore per tante morti innocenti, ciò che fa rabbia è la strumentalizzazione politica del fenomeno che lambisce anche la Curia.
Leggo oggi, che è il giorno di Natale, che esiste una sorta di Presepe itinerante, ove la Madonna, San Giuseppe e forse anche il Bambin Gesù portano un giubbotto di salvataggio.
Iniziativa estemporanea e marginale verrebbe da dire, ma non è così.
Leggo infatti che anche l'Arcivescovo di Palermo, nella Sua odierna Omelia, si è preoccupato di assimilare la vicenda che porta al Natale, ed alla nascita del Redentore, a quella dei richiedenti asilo, usando queste testuali parole: " Quante volte i media riportano la notizia e le immagini di bambini nati mentre una madre attraversa il Mediterraneo su un barcone stracolmo di migranti? Quante volte abbiamo sentito e continuiamo a sentire che una donna è costretta a vivere la gioia della maternità all’addiaccio, ristretta in un campo di profughi, in un alloggio di fortuna, bloccata alle frontiere innevate dell’Europa civilmente e culturalmente evoluta? "
Al primo impatto con le parole dell'alto prelato non se ne comprende la reale portata, tuttavia, a ben riflettere, esse esprimono un pericoloso ed inatteso avvicinamento al populismo da parte delle gerarchie ecclesiastiche.
Il Papa emerito, Uomo profondamente colto, penso che non avrebbe tollerato.
Come dimenticare il sacrificio, non solo dei Santi bruciati vivi per avere rifiutato di rinnegare Dio, ma anche i Sacerdoti e le Suore recentemente puniti con la morte in terra di missione.
Come dimenticare le tante stragi volute da altre fedi e, sopra tutto, come osare attribuire, di fatto, alla Madonna la qualifica di "impura" con la quale si appella ogni donna occidentale e non, per il solo fatto di vagare a capo scoperto?
Da liberale, poco attento alle imperscrutabili valutazioni di ordine Teologico, ho voluto consultare la Treccani per capire sino in fondo il concetto di Redenzione, tanto caro ed in uso presso la Religione Cattolica, ed ecco il risultato:"Nella dottrina cristiana le parole r. e riscatto si applicano specialmente all’opera di r. compiuta dal redentore Gesù Cristo a favore dell’umanità per liberarla dal peccato di Adamo: le due nozioni di peccato originale e di r. dipendono l’una dall’altra e sono alla base della concezione cristiana del mondo. A causa del peccato originale infatti tutti gli uomini si trovano, in rapporto alla vita soprannaturale per la quale erano stati creati, in uno stato di morte e, in rapporto a Dio, in uno stato d’inimicizia e di rivolta, essendosi fatti schiavi del male. La r. assicura pertanto agli uomini la riconquista della vita soprannaturale, il loro rientro nell’amicizia divina. L’insieme di questi benefici è il frutto dell’intervento in loro favore di Cristo."
Credo ci sia poco da aggiungere, salvo il precisare che il soccorso e l'assistenza ai richiedenti asilo è fuori discussione perchè sta, non solo nel concetto stesso di redenzione come lotta al male ed alla sofferenza che esso determina, ma perchè sta nel nostro Credo e nelle nostre consapevolezze occidentali riguardo il dovere di solidarietà umana, a condizione di tenere ben distinte le abitudini ed a debita distanza le interferenze sul modello di convivenza sociale che è un nostro patrimonio fatto di rifiuto della crudeltà, della violenza, della reazione e della discriminazione.
E' vero che anche la nostra Religione pone dei limiti ai credenti, si pensi alle battaglie che è stato necessario condurre per il divorzio per l'aborto, per la libera espressione degli orientamenti sessuali, ma, a parte il fatto che molti non credenti condividono razionalmente in tutto o in parte gli anzidetti limiti, è innegabile che la nostra civiltà si è sviluppata seguendo gli insegnamenti - tornando alla Treccani - di distacco dal peccato e dalla schiavitù nei confronti del male.
Non è possibile identificare la madre del Redentore con una richiedente asilo, non solo perchè costei della Redenzione non ha mai sentito parlare ma, sopra tutto, poichè costei, erroneamente, ritiene lo scafista l'unico strumento di salvezza, non per l'umanità, ma per se stessa e per la propria prole.
25 dicembre 2022 Pasquale Dante
L'Italia nelle mani della signora Meloni
Per i sedicenti progressisti e per i sedicenti conservatori, è facile dare un giudizio prognostico sul governo Meloni: pessimo per i primi, eccellente per i secondi. Per un liberale le cose si complicano.
Dal dopoguerra sino ad oggi, mai abbiamo avuto un governo guidato da un esponente della destra e, a parte la parentesi del boom economico degli anni 60, non mi pare che il centro sinistra abbia fatto grandi cose.
Ci sarebbe tanto da scrivere, tuttavia, in estrema sintesi, la percezione che si ha di questo odierno consesso democratico è percepibile andando per le strade dove è possibile verificare il grado di cortesia, disponibilità, pazienza e rispetto delle regole da parte dei cittadini tutti, nessuno escluso ed a prescindere dal ceto sociale.
E' superfluo io enunci tutte le strabilianti assurdità nei comportamenti che registriamo giornalmente, una fra tante, la crescente abitudine di tenersi a pochi centimetri di distanza dall'auto che precede in autostrada, lampeggiando per chiedere di farsi da parte al malcapitato che occupa la corsia di sinistra in quanto impegnato in sorpasso.
A tanta stupida grettezza corrisponde sempre la proprietà di una automobile che corre di brutto e che costa ormai quasi la metà di un piccolo appartamento.
E' impossibile che tanta stupida grettezza, come tante altre, fra le quali utilizzare il clacson non appena il semaforo passa al verde, sia compatibile con la ricchezza quale frutto di sofferta attività professionale, imprenditoriale ovvero di emolumento elargito ai ceti impiegatizi dirigenziali in ogni settore.
Personalmente, non ho mai ravvisato i tratti della sofferenza causata dalle responsabilità sui volti dei guidatori adusi alle succitate ridicole e spesso anche pericolose abitudini, ed anzi, spesso, ho notato la giovane età di tanto fastidiosi concittadini.
Ebbene, il centro sinistra, spianando la strada ad evasori, trafficanti e spacciatori di droga, ladri, corruttori e concussi, ha spinto il Paese a votare a destra.
Fatto sta che la destra non ha certo voglia di impoverire i ricchi e, anche volendolo, non ha strumenti per porre freno al malcostume dilagante che oggi è l'unica fonte di ricchezza possibile.
L'onesta povertà rimarrà tale e quale e conseguentemente, nella perseverante disperazione, gli unici posti di lavoro reperibili saranno, sempre di più, quelli offerti dalla criminalità organizzata.
Tanto premesso, se il mio pensiero sul governo del Presidente Meloni non vi avrà convinto, neppure dopo avere letto le censure al Governo Draghi che avevo pubblicato, potrete sempre valutare le tradizionali opposte analisi di stampo liberale leggendo i discordanti commenti di Franco Chiarenza e Livio Ghersi.
Basterà solo cliccare sulle pagine a loro dedicate su questo sito.
Pasquale Dante
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