Riccardo Mastrorillo scrive su " Critica Liberale"

Cliccando qui e' possibile accedere al video dell'intervista rilasciata da Riccardo Mastrorillo a Radio Radicale per la presentazione del Suo libro su Carandini e la Albertini ( L'Italia migliore - Biblion)

Critica liberale è da più di quarant’anni la voce del liberalismo progressista in Italia. Nata negli anni ’60 come agenzia stampa della sinistra interna al Partito Liberale Italiano di quel tempo, la testata è dal 1974 una rivista liberale del tutto indipendente da ogni forza politica italiana; dal 1994 Critica liberale è anche una fondazione che, assieme alla rivista, cerca di dare espressione e continuità a una tradizione politica e di pensiero che ha le sue radici nel liberalismo europeo, nella tradizione laica e illuminista, nell’impegno per i diritti civili e per l’integrazione federale dell’Europa democratica. È fra le organizzazioni che hanno dato vita al Forum Liberale Europeo, network di fondazioni e centri studi liberali che fanno riferimento all’ELDR (l’organizzazione che raggruppa tutti i liberali europei).

Critica liberale segue il filo rosso che tiene assieme protagonisti come Amendola e Croce, Gobetti e i fratelli Rosselli, Salvemini ed Ernesto Rossi, Einaudi e il “Mondo” di Pannunzio, gli “azionisti” e Bobbio.

Direttore responsabile: Enzo Marzo

cronache da palazzo

la crisi inarrestabile

Riccardo Mastrorillo per "non mollare" Crutica Liberale - 06 aprile 2026 

Tra scandali, anche pesanti, che hanno funestato il suo governo e la dura sconfitta referendaria Giorgia Meloni sembra avviata verso una crisi inarrestabile. Questo Governo non è riuscito a portare a compimento nessuna delle sue promesse elettorali. Nonostante una maggioranza parlamentare così netta e disciplinata che non si vedeva da almeno 15 anni. La sequela di decreti sicurezza non solo non ha sortito alcun miglioramento nella effettiva sicurezza, nemmeno percepita, degli italiani, ma ha lasciato uno strascico di effetti collaterali per lo più assolutamente opposti alla cultura politica dei proponenti. L’incantatrice di serpenti, in un delirio di presunzione ha voluto strafare nell’ultima campagna referendaria annunciando improbabili conseguenze nefaste dalla vittoria del No. Almeno nel precedente referendum legato alla riforma Renzi (per certi versi tanto simile ai sogni più reconditi di questa destra) furono altri a disegnare scenari apocalittici, ma credibili. Come dimenticare il rapporto del centro studi di Confindustria che annunciava disastri economici se avesse prevalso il no… Giorgia Meloni ha fatto tutto da sola. Non sappiamo se lei creda veramente alle cose che dice o se siano frutto di una propaganda eccessiva, ma non sapremmo quali delle due cose potrebbe essere più pericolosa.

Questa maggioranza ha esaurito la sua spinta propulsiva e, grazie alle sue scelte sbagliate: strategiche, tattiche e di propaganda, si trova ad affrontare problemi ben più complessi della sua oggettiva capacità.

Se non avesse pervicacemente annientato qualsiasi politica di sviluppo delle energie rinnovabili, per il suo ideologico e reazionario legame al passato, basato sulla produzione energetica dai combustibili fossili, oggi, non ci troveremmo di fronte all’ipotesi di una crisi energetica forse peggiore di quella degli anni ’70 del secolo scorso. Se avesse fatto come la Spagna, oggi avrebbe potuto godere serenamente di una quasi completa autonomia energetica, almeno per l’energia elettrica, invece di andare a pietire costosissime forniture extra in Medio Oriente.

Fonti governative sostengono che il Presidente della Repubblica non gradirebbe elezioni anticipate in mezzo ad una gravissima crisi internazionale, eppure siamo convinti che non votare subito sarebbe un gravissimo errore per il futuro del paese e anche, ammesso che ci interessi, per il futuro politico di Giorgia Meloni.

Svolgere le elezioni l’anno prossimo, con i distributori di benzina privi di carburante, i voli degli aerei di linea cancellati e le famiglie che avranno passato al gelo il prossimo inverno, sarebbe un viatico per una sconfitta elettorale senza precedenti. Per non parlare della prossima legge di bilancio, che sarebbe preelettorale, ma dovrebbe essere obbligatoriamente lacrime e sangue per gli italiani, una quasi sicura crisi economica che farà abbassare ulteriormente il prodotto interno lordo, facendo balzare il debito pubblico a percentuali peggiori dell’Argentina.

Si vada con urgenza alle urne, obbligando un centro sinistra, ancora acerbo, a fare uno sforzo di coesione programmatica, senza inutili e dannose primarie, ma tirando fuori il meglio degli ideali progressisti. I cittadini potranno scegliere finalmente, in una campagna elettorale chiara quale futuro vogliono: un nazionalismo sovranista da operetta o una visione europeista e finalmente una sana politica energetica, non subordinata ai grandi colossi che fanno profitti sulle disgrazie del pianeta, invece di promuovere una politica di indipendenza energetica per il vecchio continente.

Per il bene del paese si torni alle urne, a giugno, a luglio se serve, ma è indispensabile dare a questo paese, subito, un governo credibile e capace, possibilmente fondato su un programma politico corto, chiaro e progressista.

 

La fine del neoliberismo

 

di riccardo mastrorillo

Negli ultimi 40 anni, dopo la caduta del muro di Berlino, il mondo è stato attraversato dalla follia ideologica del mercatismo: il mercato come regolatore del tutto. A parte pochi eventi bellici, quasi sempre circoscritti direttamente o indirettamente all’evoluzione-involuzione della vasta area geopolitica dominata dalla religione mussulmana, eventi gestiti in maniera irresponsabile e contro i suoi stessi principi dal mondo occidentale, abbiamo vissuto un periodo di pace. Ma quella pace non derivava dalla sostituzione della “legge del più forte”, che è rimasta saldamente a regolare i rapporti internazionali. La differenza sostanziale è stata solo che la forza utilizzata era preminentemente economica e non militare, per cui gli stati si contendevano il controllo delle risorse attraverso il denaro, la corruzione, lo sfruttamento degli stati più deboli. È stato il trionfo del neoliberismo, cioè l’ideologia che imponeva il denaro, trasformato da mezzo per favorire lo scambio in strumento di controllo. Sappiamo come è finita: lo strumento di controllo ha finito per controllare la politica, asservita all’economia. La democrazia si è trasformata in plutocrazia e le multinazionali sono diventate più potenti degli stati.

Trump ha interrotto bruscamente quell’ordine mondiale, basato sulla forza del più ricco, riportando indietro il Mondo, in un ordine basato sulla forza militare e non più sul mercato. Mentre l’Europa ha sviluppato in questi anni solo gli strumenti di controllo economico: la moneta unica, il patto di stabilità, il controllo economico delle risorse, di cui è pressoché priva, gli Stati Uniti, anche sotto i governi democratici, hanno continuato ad investire in armi e si trovano oggi con un arsenale militare che da solo equivale a quello sommato della Cina, della Russia e dell’Europa. Siamo di fonte ad un grande cambiamento. Tutti i cambiamenti, anche quelli più tragici, portano con sé grandi opportunità. La fine del dominio dell’ideologia neoliberista, anche se accompagnato da una recrudescenza di guerre, potrebbe essere un’occasione per ripensare e rinsaldare la democrazia liberale, oramai pressoché annichilita dalla demagogia plutocratica.

Sorprende in questo quadro di nuova instabilità la sciatteria servile con cui la nostra Presidente del Consiglio si è precipitata a sostenere l’azione di Trump. Una posizione miope, che dimostra l’incapacità storica della politica estera italiana. Un bel tacer non fu mai visto. Giorgia Meloni crede così di rendere un servizio all’Italia, ma in tanti anni di diplomazia subordinata, mai l’Italia si era ridotta ad un tale gratuito servilismo.

L’Europa tace, soccombendo ai nazionalismi e alle tattiche di basso cabotaggio. L’azione in Venezuela giustifica oltre qualsiasi dichiarazione, l’occupazione Russa dell’Ucraina e certifica la sconfitta dell’Europa.

Così mentre il nostro governo approva ulteriori aiuti militari all’Ucraina, con la dichiarazione di Meloni e coi balbettii di Taiani, contribuisce, senza alcuna convenienza presente e futura, a sacrificare l’Ucraina.

Il futuro è incerto, ma le democrazie liberali dell’Europa devono per forza trasformare l’Unione in una Federazione, se non lo faranno l’Europa e tutti i suoi Stati nazionali saranno presto ridotte all’impotenza e alla fame. Proclamiamo la fine del neoliberismo e procediamo verso il ripristino della democrazia liberale, riaffermando la superiorità morale della politica sull’economia e sulla forza bruta.