Riccardo Mastrorillo scrive su " Critica Liberale"

Cliccando qui e' possibile accedere al video dell'intervista rilasciata da Riccardo Mastrorillo a Radio Radicale per la presentazione del Suo libro su Carandini e la Albertini ( L'Italia migliore - Biblion)

Critica liberale è da più di quarant’anni la voce del liberalismo progressista in Italia. Nata negli anni ’60 come agenzia stampa della sinistra interna al Partito Liberale Italiano di quel tempo, la testata è dal 1974 una rivista liberale del tutto indipendente da ogni forza politica italiana; dal 1994 Critica liberale è anche una fondazione che, assieme alla rivista, cerca di dare espressione e continuità a una tradizione politica e di pensiero che ha le sue radici nel liberalismo europeo, nella tradizione laica e illuminista, nell’impegno per i diritti civili e per l’integrazione federale dell’Europa democratica. È fra le organizzazioni che hanno dato vita al Forum Liberale Europeo, network di fondazioni e centri studi liberali che fanno riferimento all’ELDR (l’organizzazione che raggruppa tutti i liberali europei).

Critica liberale segue il filo rosso che tiene assieme protagonisti come Amendola e Croce, Gobetti e i fratelli Rosselli, Salvemini ed Ernesto Rossi, Einaudi e il “Mondo” di Pannunzio, gli “azionisti” e Bobbio.

Direttore responsabile: Enzo Marzo

IL NOSTRO 25 APRILE

Aprile 25, 2026                                               

di riccardo mastrorillo

Il 25 Aprile è festa nazionale, si celebra la liberazione dall’occupazione Nazista ma anche e, soprattutto dall’oppressione Fascista. È stato il giorno del ritorno alla civiltà, dopo anni di dittatura repressiva e sanguinaria, dopo una inutile guerra (ma quasi tutte le guerre sono inutili) contro le democrazie europee, dopo venti lunghi anni di malgoverno e di privazione della libertà.

La lotta antifascista, il nostro 25 aprile nasce da molto prima: «Veramente la caratteristica più saliente del moto fascista rimarrà, per coloro che lo studieranno in futuro, lo spirito “totalitario”; il quale non consente all’avvenire di avere albe che non saranno salutate col gesto romano, come non consente al presente dì nutrire anime che non siano piegate nella confessione: “credo”. Questa singolare “guerra di religione” che da oltre un anno imperversa in Italia non vi offre una fede (che a voler chiamar fede quella nell’Italia, possiamo rispondere che noi l’avevamo già da tempo quando molti dei suoi attuali banditori non l’avevano ancora scoperta!) ma in compenso vi nega il diritto di avere una coscienza – la vostra e non l’altrui – vi preclude con una plumbea ipoteca l’avvenire» (G. Amendola, “Un anno dopo” su “Il Mondo”, 2 novembre 1923).

Nasce nell’intransigenza di Giovanni Amendola e di Piero Gobetti, che pagarono con la vita la loro resistenza, nasce dal Manifesto degli intellettuali antifascisti, scritto da Benedetto Croce, proprio su iniziativa di Giovanni Amendola. Prosegue nel sacrificio dei Rosselli e nell’impegno indefesso dei tanti che si sono opposti al Fascismo per vent’anni, pagando in prima persona, prevalentemente con il carcere o il confino, ma anche con la vita.

La nostra resistenza era ed è una resistenza attiva, per il pensiero critico, per la libertà di opinione, perché il conflitto, sale della democrazia, non si trasformi in aggressione o in conformismo verso il potere dominante.

Il 25 aprile è una festa di tutti i democratici, di tutti coloro che lottano contro la repressione e la prevaricazione. Non è una festa divisiva, come pretestuosamente, sostengono alcuni esponenti della destra postfascista. Pretestuosamente perché non hanno la coerenza di riaffermare il loro credo fascista: la loro concezione totalitaria dello stato e della società. Poco importa se alcuni antifascisti sognassero di instaurare la dittatura del proletariato, non conta il credo o l’ideologia, financo se totalitaria, conta, come sempre. il comportamento e i fatti. Il Partito Comunista italiano non ha mai tentato di prendere il potere con la forza, o di imporre il suo credo, non si può dire la stessa cosa dell’estrema destra italiana. È vero che, cacciare dal corteo del 25 Aprile, persone che sfilano con la bandiera dell’Ucraina, di fatto parrebbe dare ragione ai neofascisti, ma quei pochi irresponsabili, non sono certo ascrivibili alla solida cultura antifascista del popolo italiano.

È una festa conflittuale, non divisiva, perché senza il conflitto e la resistenza, il cedimento al potere si trasforma automaticamente in un conformismo totalizzante.

Ieri alla Camera dei deputati la Destra ha risposto al canto “bella ciao”, intonato dalle opposizioni, con l’Inno nazionale, che è stato cantato, in piedi, da tutti i parlamentari di destra e di sinistra, con la colpevole esclusione dei parlamentari della Lega e con buona parte dei membri del Governo seduti. Se la destra non riesce ad essere unitaria nemmeno nell’intonare l’Inno d’Italia, non dico “bella ciao” che anch’esso non è evidentemente un canto diviso, dovrebbe fare silenzio sulla divisività del 25 aprile.

 

cronache da palazzo

la crisi inarrestabile

Riccardo Mastrorillo per "non mollare" Crutica Liberale - 06 aprile 2026 

Tra scandali, anche pesanti, che hanno funestato il suo governo e la dura sconfitta referendaria Giorgia Meloni sembra avviata verso una crisi inarrestabile. Questo Governo non è riuscito a portare a compimento nessuna delle sue promesse elettorali. Nonostante una maggioranza parlamentare così netta e disciplinata che non si vedeva da almeno 15 anni. La sequela di decreti sicurezza non solo non ha sortito alcun miglioramento nella effettiva sicurezza, nemmeno percepita, degli italiani, ma ha lasciato uno strascico di effetti collaterali per lo più assolutamente opposti alla cultura politica dei proponenti. L’incantatrice di serpenti, in un delirio di presunzione ha voluto strafare nell’ultima campagna referendaria annunciando improbabili conseguenze nefaste dalla vittoria del No. Almeno nel precedente referendum legato alla riforma Renzi (per certi versi tanto simile ai sogni più reconditi di questa destra) furono altri a disegnare scenari apocalittici, ma credibili. Come dimenticare il rapporto del centro studi di Confindustria che annunciava disastri economici se avesse prevalso il no… Giorgia Meloni ha fatto tutto da sola. Non sappiamo se lei creda veramente alle cose che dice o se siano frutto di una propaganda eccessiva, ma non sapremmo quali delle due cose potrebbe essere più pericolosa.

Questa maggioranza ha esaurito la sua spinta propulsiva e, grazie alle sue scelte sbagliate: strategiche, tattiche e di propaganda, si trova ad affrontare problemi ben più complessi della sua oggettiva capacità.

Se non avesse pervicacemente annientato qualsiasi politica di sviluppo delle energie rinnovabili, per il suo ideologico e reazionario legame al passato, basato sulla produzione energetica dai combustibili fossili, oggi, non ci troveremmo di fronte all’ipotesi di una crisi energetica forse peggiore di quella degli anni ’70 del secolo scorso. Se avesse fatto come la Spagna, oggi avrebbe potuto godere serenamente di una quasi completa autonomia energetica, almeno per l’energia elettrica, invece di andare a pietire costosissime forniture extra in Medio Oriente.

Fonti governative sostengono che il Presidente della Repubblica non gradirebbe elezioni anticipate in mezzo ad una gravissima crisi internazionale, eppure siamo convinti che non votare subito sarebbe un gravissimo errore per il futuro del paese e anche, ammesso che ci interessi, per il futuro politico di Giorgia Meloni.

Svolgere le elezioni l’anno prossimo, con i distributori di benzina privi di carburante, i voli degli aerei di linea cancellati e le famiglie che avranno passato al gelo il prossimo inverno, sarebbe un viatico per una sconfitta elettorale senza precedenti. Per non parlare della prossima legge di bilancio, che sarebbe preelettorale, ma dovrebbe essere obbligatoriamente lacrime e sangue per gli italiani, una quasi sicura crisi economica che farà abbassare ulteriormente il prodotto interno lordo, facendo balzare il debito pubblico a percentuali peggiori dell’Argentina.

Si vada con urgenza alle urne, obbligando un centro sinistra, ancora acerbo, a fare uno sforzo di coesione programmatica, senza inutili e dannose primarie, ma tirando fuori il meglio degli ideali progressisti. I cittadini potranno scegliere finalmente, in una campagna elettorale chiara quale futuro vogliono: un nazionalismo sovranista da operetta o una visione europeista e finalmente una sana politica energetica, non subordinata ai grandi colossi che fanno profitti sulle disgrazie del pianeta, invece di promuovere una politica di indipendenza energetica per il vecchio continente.

Per il bene del paese si torni alle urne, a giugno, a luglio se serve, ma è indispensabile dare a questo paese, subito, un governo credibile e capace, possibilmente fondato su un programma politico corto, chiaro e progressista.

 

La fine del neoliberismo

 

di riccardo mastrorillo

Negli ultimi 40 anni, dopo la caduta del muro di Berlino, il mondo è stato attraversato dalla follia ideologica del mercatismo: il mercato come regolatore del tutto. A parte pochi eventi bellici, quasi sempre circoscritti direttamente o indirettamente all’evoluzione-involuzione della vasta area geopolitica dominata dalla religione mussulmana, eventi gestiti in maniera irresponsabile e contro i suoi stessi principi dal mondo occidentale, abbiamo vissuto un periodo di pace. Ma quella pace non derivava dalla sostituzione della “legge del più forte”, che è rimasta saldamente a regolare i rapporti internazionali. La differenza sostanziale è stata solo che la forza utilizzata era preminentemente economica e non militare, per cui gli stati si contendevano il controllo delle risorse attraverso il denaro, la corruzione, lo sfruttamento degli stati più deboli. È stato il trionfo del neoliberismo, cioè l’ideologia che imponeva il denaro, trasformato da mezzo per favorire lo scambio in strumento di controllo. Sappiamo come è finita: lo strumento di controllo ha finito per controllare la politica, asservita all’economia. La democrazia si è trasformata in plutocrazia e le multinazionali sono diventate più potenti degli stati.

Trump ha interrotto bruscamente quell’ordine mondiale, basato sulla forza del più ricco, riportando indietro il Mondo, in un ordine basato sulla forza militare e non più sul mercato. Mentre l’Europa ha sviluppato in questi anni solo gli strumenti di controllo economico: la moneta unica, il patto di stabilità, il controllo economico delle risorse, di cui è pressoché priva, gli Stati Uniti, anche sotto i governi democratici, hanno continuato ad investire in armi e si trovano oggi con un arsenale militare che da solo equivale a quello sommato della Cina, della Russia e dell’Europa. Siamo di fonte ad un grande cambiamento. Tutti i cambiamenti, anche quelli più tragici, portano con sé grandi opportunità. La fine del dominio dell’ideologia neoliberista, anche se accompagnato da una recrudescenza di guerre, potrebbe essere un’occasione per ripensare e rinsaldare la democrazia liberale, oramai pressoché annichilita dalla demagogia plutocratica.

Sorprende in questo quadro di nuova instabilità la sciatteria servile con cui la nostra Presidente del Consiglio si è precipitata a sostenere l’azione di Trump. Una posizione miope, che dimostra l’incapacità storica della politica estera italiana. Un bel tacer non fu mai visto. Giorgia Meloni crede così di rendere un servizio all’Italia, ma in tanti anni di diplomazia subordinata, mai l’Italia si era ridotta ad un tale gratuito servilismo.

L’Europa tace, soccombendo ai nazionalismi e alle tattiche di basso cabotaggio. L’azione in Venezuela giustifica oltre qualsiasi dichiarazione, l’occupazione Russa dell’Ucraina e certifica la sconfitta dell’Europa.

Così mentre il nostro governo approva ulteriori aiuti militari all’Ucraina, con la dichiarazione di Meloni e coi balbettii di Taiani, contribuisce, senza alcuna convenienza presente e futura, a sacrificare l’Ucraina.

Il futuro è incerto, ma le democrazie liberali dell’Europa devono per forza trasformare l’Unione in una Federazione, se non lo faranno l’Europa e tutti i suoi Stati nazionali saranno presto ridotte all’impotenza e alla fame. Proclamiamo la fine del neoliberismo e procediamo verso il ripristino della democrazia liberale, riaffermando la superiorità morale della politica sull’economia e sulla forza bruta.